Ci sono due modi di leggere il debutto di Klarna a Wall Street. C’è quello delle cifre: il colosso svedese dei servizi finanziari online vale 17 miliardi di dollari e il titolo ha fatto registrare un’esplosione iniziale del 30%. Ma c’è un valore che va oltre i numeri, perché l’Ipo è stata letta come un chiaro segnale finanziario: dopo anni di cautela, New York è di nuovo pronta ad accogliere le grandi storie fintech.
Tra maggio e agosto di quest’anno altri tre nomi hanno testato un’accoglienza positiva nel mercato a stelle e strisce. Ha rotto gli indugi la piattaforma di trading online eToro, seguita dall’emittente di stablecoin Circle e dal portale per lo scambio di criptovalute Bullish, ma nessuna ha avuto l’impatto di Klarna. Né in termini di risultati, né tantomeno dal punto di vista mediatico. L’effetto domino è stato pressoché immediato e ora analisti e investitori si chiedono chi sarà il prossimo.
Ci sono due modi di leggere il debutto di Klarna a Wall Street. C’è quello delle cifre: il colosso svedese dei servizi finanziari online vale 17 miliardi di dollari e il titolo ha fatto registrare un’esplosione iniziale del 30%. Ma c’è un valore che va oltre i numeri, perché l’Ipo è stata letta come un chiaro segnale finanziario: dopo anni di cautela, New York è di nuovo pronta ad accogliere le grandi storie fintech.
Tra maggio e agosto di quest’anno altri tre nomi hanno testato un’accoglienza positiva nel mercato a stelle e strisce. Ha rotto gli indugi la piattaforma di trading online eToro, seguita dall’emittente di stablecoin Circle e dal portale per lo scambio di criptovalute Bullish, ma nessuna ha avuto l’impatto di Klarna. Né in termini di risultati, né tantomeno dal punto di vista mediatico. L’effetto domino è stato pressoché immediato e ora analisti e investitori si chiedono chi sarà il prossimo.
Le nuove piazze
C’è stato un tempo in cui Londra e l’Europa erano la patria preferita della finanza tech. Nel 2021 le offerte pubbliche iniziali erano state 15 secondo Bloomberg, con una raccolta complessiva di oltre 28 miliardi di dollari. In realtà la bolla si è sgonfiata in fretta. E già l’anno scorso il panorama era completamente mutato, con le Ipo fintech che a Londra avevano raccolto appena 1 miliardo di dollari. Le piazze di Oman e Malesia hanno fatto meglio. Nel frattempo, i gioielli innovativi di tutto il mondo hanno preso a guardare a Wall Street. Per Anjali Bastianpillai, portfolio manager di Pictet asset management, «gli Stati Uniti offrono mercati molto più liquidi e una base di investitori più ampia, inclusa una significativa partecipazione istituzionale e privata, con una forte tolleranza al rischio e una preferenza per le storie di crescita». Inoltre, la cultura degli investimenti negli Usa è più matura «e le aziende beneficiano di valutazioni più elevate, di una maggiore copertura degli analisti e di un forte supporto delle banche d’investimento». Nel suo portafoglio digital da oltre 6 miliardi, Pictet investe oggi il 7% in fintech.
La lista di papabili
Dunque, avanti il prossimo. La lista di papabili è affollatissima, ma la più attesa è Revolut. Raggiunta la licenza bancaria nel Regno Unito, oggi vale quasi 40 miliardi di euro. Il suo amministratore delegato, Nikolay Storonsky, ha lasciato intendere in diverse occasioni l’interesse per la quotazione, ma non certo a Londra, che a suo avviso «non sarebbe razionale come scelta». Come altri suoi colleghi ha seguito da vicino la quotazione’Ipo di Klarna, per decidere cosa fare e New York sembra essere la scelta giusta. Tra le candidate in prima fila ci sono altre due banche digitali britanniche: Monzo e Starling Bank. La prima punterebbe a debuttare negli Stati Uniti entro la metà del 2026, mentre di Starling si sa che ha assunto Jody Bhagat, ex presidente del settore bancario di Personetics, per guidare la crescita negli Stati Uniti. Che sia un passo verso Wall Street?
Chi ha già ottenuto l’approvazione per operare negli Usa è la banca focalizzata sulle pmi OakNorth, sempre britannica. La strada verso un’Ipo oltreoceano sembra già tracciata. Nello scacchiere delle fintech europee in odore di collocamento c’è anche la bulgara Payhawk. Nel 2022 la piattaforma di gestione della spesa è stata valutata 1 miliardo di euro e l’anno scorso i suoi ricavi sono aumentati dell’85%. La società è in corsa e come dichiarato dal suo co-fondatore Hristo Borisov «si sta aprendo la finestra per un’Ipo». La neobank tedesca N26 ha invece rallentato i suoi piani di debutto, mentre Thought Machine, specializzata in software bancari cloud, è tra le poche che guardano con interesse a Londra.
L’Italia immatura
Rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia è meno matura sul settore, nonostante la sua lunga tradizione finanziaria. Due aziende spiccano sulle altre: Satispay, specializzata in pagamenti digitali, e la reginetta del buy now pay later Scalapay. Entrambe le società hanno più volte ribadito come il loro focus, per il momento, rimanga la crescita, ma si tratta ugualmente di candidate da monitorare. Specie Satispay, se non altro perché il ceo Alberto Dalmasso, a marzo, ha parlato di Ipo entro cinque anni. Lo sbarco a Piazza Affari sembrerebbe il più naturale, ma dopo Klarna tutto è in discussione.
Una cosa è certa: Wall Street ha spalancato le sue porte al fintech e a tutte realtà con fondamentali solidi e business definiti. Ci sono già abbastanza incognite tech dentro al listino, specie al Nasdaq (l’indice più rappresentativo del settore) che, nonostante sia salito del 16,5% da inizio anno, da giorni sta mostrando qualche crepa. Le esagerazioni sull’intelligenza artificiali stanno mettendo in discussione le Magnifiche 7 e c’è chi parla di “rischio bolla”. Il presidente della Fed Jerome Powell ha detto che il mercato è «sopravvalutato». Meglio quindi puntare su qualcosa di nuovo, ma con prudenza. «Gli investitori spesso amano mettere piede in Borsa con le Ipo, nella speranza di avere un posto in prima fila quando il titolo inizia a essere negoziato e le azioni possono facilmente “esplodere”». È proprio quanto accaduto con Klarna; lo ricorda Russ Mould, direttore degli investimenti presso AJ Bell, che tuttavia avverte: «Un mercato forte potrebbe convincere altre fintech a lanciarsi nei mercati azionari, col pericolo che a un buon affare ne seguano altri meno buoni».