Conti pubblici, il deficit verso il 3%
di Giuseppe ColomboROMA - L’obiettivo è a portata di mano: l’asticella del deficit vede il traguardo del 3%.
Non è un numero qualsiasi quello che il governo inserirà nella griglia del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), la mappa dei conti attesa giovedì sul tavolo del Consiglio dei ministri. Fissare la soglia del rapporto tra il disavanzo e il Pil al 3% già quest’anno si tradurrebbe nella possibilità di chiedere subito all’Europa di uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. In anticipo di un anno rispetto al cronoprogramma immaginato lo scorso autunno, quando l’asticella era stata posizionata al 3,3% nel 2025 e al 2,8% nel 2026. Una volta acquista la richiesta, la Commissione europea potrebbe chiudere la valutazione in tempi brevi, accendendo il disco verde entro la prima metà dell’anno prossimo.
ROMA - L’obiettivo è a portata di mano: l’asticella del deficit vede il traguardo del 3%.
Non è un numero qualsiasi quello che il governo inserirà nella griglia del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), la mappa dei conti attesa giovedì sul tavolo del Consiglio dei ministri. Fissare la soglia del rapporto tra il disavanzo e il Pil al 3% già quest’anno si tradurrebbe nella possibilità di chiedere subito all’Europa di uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. In anticipo di un anno rispetto al cronoprogramma immaginato lo scorso autunno, quando l’asticella era stata posizionata al 3,3% nel 2025 e al 2,8% nel 2026. Una volta acquista la richiesta, la Commissione europea potrebbe chiudere la valutazione in tempi brevi, accendendo il disco verde entro la prima metà dell’anno prossimo.
La decisione ufficiale sul rapporto deficit/Pil per il 2025 sarà presa nelle prossime ore, ma ieri in ambienti di governo trapelava un cauto ottimismo sulla possibilità di raggiungere l’obiettivo del 3%. La palla è in mano ai tecnici del ministero dell’Economia. A via XX settembre si stringe per arrivare a definire il perimetro dell’ex Nadef che quest’anno conterrà anche un’anteprima della legge di bilancio.
Se il deficit viaggia quest’anno verso quota 3%, il Pil dovrebbe attestarsi allo 0,5%. L’anno prossimo, invece, a fronte di una crescita tendenziale dello 0,7%, il prodotto interno lordo potrebbe aumentare dello 0,8% in virtù della spinta della Finanziaria.
È all’interno di questo quadro che andrà calata la manovra. Oltre al taglio dell’Irpef per il ceto medio, le simulazioni dei tecnici sono concentrate sulla rottamazione quinquies delle cartelle fiscali. Come anticipato da Repubblica, chi ha debiti con il Fisco avrebbe la possibilità di pagare il dovuto, senza aggio, sanzioni e interessi, in 96 rate (8 anni). La definizione agevolata riguarderà i carichi fiscali affidati agli agenti della riscossione tra il primo gennaio 2000 e il 30 giugno 2023. Servirebbero tre miliardi in tre anni. Il condizionale è d’obbligo perché il nodo delle coperture è ancora tutto da sciogliere.
La questione non riguarda solo il contributo a carico delle banche, su cui Matteo Salvini torna a insistere ("Cinque miliardi è il minimo”), ma anche la possibilità di utilizzare le risorse del concordato preventivo biennale, il patto con l’Agenzia delle Entrate che permette ai titolari di partita Iva di definire in anticipo il reddito imponibile e le imposte da versare nei due anni successivi.
L’edizione 2025-2026 scade oggi: a differenza di quanto avvenuto con quella precedente, questa volta non ci sarà una proroga della scadenza. “Stiamo vedendo i risultati, gli elementi li acquisiremo solamente quando si chiude la partita”, ha detto il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo. Ma gli addetti ai lavori sono pessimisti. Le condizioni “sono meno favorevoli rispetto all’anno precedente: le adesioni saranno di parecchio inferiori in questa edizione”, ha spiegato il presidente dell’Associazione nazionale commercialisti (Anc), Marco Cuchel. La strada per la manovra si complica.