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L’euro digitale è un esperimento sociale

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Non nasce per colmare una carenza del sistema monetario, bensì per definire il futuro del denaro in un’economia sempre più digitale
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* docente dell’Università Bocconi e un fellow dell’Institute for European Policymaking della Bocconi

L’euro digitale è stato spesso presentato come se fosse una “soluzione in cerca di un problema”. Ma questa visione rischia di mancare il punto. L’euro digitale non nasce per colmare una carenza del sistema monetario esistente, bensì per definire il futuro del denaro in un’economia sempre più digitale. L’accento va posto meno sulla parola “denaro” e più sulla parola “digitale”.

Stiamo entrando in un’epoca in cui le infrastrutture digitali attraversano ogni aspetto della vita economica: reti di produzione, catene del valore, piattaforme di consumo e servizi basati sui dati. In un contesto simile, la moneta digitale è inevitabile: non si tratta di capire se esisterà, ma come e sotto quale governance.

E l’Europa non può permettersi di restare ferma mentre altre giurisdizioni avanzano.

È utile distinguere tra uso all’ingrosso, wholesale (tra banche, nei mercati, nei pagamenti cross-border)…

* docente dell’Università Bocconi e un fellow dell’Institute for European Policymaking della Bocconi

L’euro digitale è stato spesso presentato come se fosse una “soluzione in cerca di un problema”. Ma questa visione rischia di mancare il punto. L’euro digitale non nasce per colmare una carenza del sistema monetario esistente, bensì per definire il futuro del denaro in un’economia sempre più digitale. L’accento va posto meno sulla parola “denaro” e più sulla parola “digitale”.

Stiamo entrando in un’epoca in cui le infrastrutture digitali attraversano ogni aspetto della vita economica: reti di produzione, catene del valore, piattaforme di consumo e servizi basati sui dati. In un contesto simile, la moneta digitale è inevitabile: non si tratta di capire se esisterà, ma come e sotto quale governance.

E l’Europa non può permettersi di restare ferma mentre altre giurisdizioni avanzano.

È utile distinguere tra uso all’ingrosso, wholesale (tra banche, nei mercati, nei pagamenti cross-border) e uso retail. Il primo è relativamente poco controverso: molti ne riconoscono i benefici in termini di efficienza e resilienza.

Il terreno diventa più accidentato quando si parla di retail. Ma attenzione: definire “retail” solo come acquisti dei consumatori nei negozi è fuorviante. Una parte consistente riguarda in realtà transazioni business-to-business: pagamenti a fornitori, collaboratori, prestatori di servizi.

Questo aspetto è cruciale. Ritardare l’innovazione nello spazio retail digitale rischia di generare effetti di contagio che frenano lo sviluppo complessivo dei servizi digitali. Un euro digitale retail sarebbe invece un tassello essenziale per recuperare competitività europea nel settore finanziario e oltre.

C’è poi la dimensione strategica. Le istituzioni finanziarie europee sono mediamente troppo piccole per competere con le grandi piattaforme private che negli Stati Uniti o in Asia possono investire in scala.

Senza un’azione coordinata, le imprese europee finiranno dipendenti da infrastrutture estere, accettando standard tecnologici e modelli di governance definiti altrove, spesso con priorità divergenti dalle nostre.

Un euro digitale pubblico, invece, si inserirebbe nel quadro istituzionale e giuridico europeo, garantendo accountability, inclusione e rispetto dei diritti fondamentali. La decisione finale spetta alle istituzioni democratiche, Parlamento e Consiglio europeo: non è materia da lasciare solo agli esperti o ai tecnocrati.

L’euro digitale, quindi, non è un semplice strumento monetario: è un esperimento sociale su come l’Europa possa coniugare progresso tecnologico e legittimità democratica, creando infrastrutture digitali di scala. E non si tratta di sostituire il contante, che resterà moneta legale, ma di trasporne nel digitale le qualità fondamentali: accettazione universale, semplicità d’uso, privacy e fiducia.

La posta in gioco va oltre l’efficienza finanziaria. Un euro digitale ben progettato può ancorare la sovranità europea nell’era digitale, stimolare l’innovazione nei servizi finanziari, rafforzare la competitività delle imprese. Può offrire un’alternativa pubblica credibile alle soluzioni private, facendo sì che le regole non siano dettate dai giganti globali ma da istituzioni responsabili verso i cittadini europei.

La storia della moneta ci ricorda che anticipare il cambiamento è sempre più saggio che subirlo. L’euro digitale si inserisce in questa traiettoria: non è una rottura con le nostre tradizioni, ma la loro naturale evoluzione.

Serve coraggio, certo: mobilitare attori pubblici e privati in un progetto comune, consapevoli che frammentazione e dimensioni limitate sono vincoli, ma anche che capacità istituzionale e legittimità democratica sono risorse.

L’euro digitale, in breve, non è la risposta a un problema inesistente. È il passo necessario verso un futuro che non possiamo evitare.

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