ROMA – C’era sempre Donald Trump sette anni fa, quando per 34 giorni rimasero paralizzate le attività federali. All’epoca l’impatto sull’economia americana fu minimo ma questa volta il Paese è meno in salute, mesi di guerra commerciale hanno fiaccato gli ordini e i numeri sul lavoro mostrano più di una crepa. Ieri, 30 settembre, è successo di nuovo. Senza accordo al Congresso tra democratici e repubblicani è scattato lo shutdown, il blocco dei fondi del governo centrale.
Cos’è lo shutdown: nessun accordo al Congresso
L’anno fiscale per il bilancio federale Usa si apre il 1° ottobre. Camera e Senato devono votare entro il 30 settembre il provvedimento omnibus che raccoglie tutte le autorizzazioni di spesa per le attività federali: sen…
ROMA – C’era sempre Donald Trump sette anni fa, quando per 34 giorni rimasero paralizzate le attività federali. All’epoca l’impatto sull’economia americana fu minimo ma questa volta il Paese è meno in salute, mesi di guerra commerciale hanno fiaccato gli ordini e i numeri sul lavoro mostrano più di una crepa. Ieri, 30 settembre, è successo di nuovo. Senza accordo al Congresso tra democratici e repubblicani è scattato lo shutdown, il blocco dei fondi del governo centrale.
Cos’è lo shutdown: nessun accordo al Congresso
L’anno fiscale per il bilancio federale Usa si apre il 1° ottobre. Camera e Senato devono votare entro il 30 settembre il provvedimento omnibus che raccoglie tutte le autorizzazioni di spesa per le attività federali: senza un compromesso e il voto favorevole di ciascuna aula, il governo deve “chiudere” parte dei suoi uffici amministrativi e lasciare a casa il personale perché non ha più le risorse per erogare i servizi. Nel 2018 andò in scena l’ultimo shutdown statunitense, durò più di un mese e circa 800mila dipendenti pubblici – dei 2,1 milioni di impiegati statali – rimasero a casa.
Alcune agenzie statali hanno ricevuto una iniezione di liquidità all’approvazione del “Big, Beautiful Bill” di Trump, e potranno continuare a operare. Ma poi è necessario che venga trovata una soluzione politica, ossia un voto favorevole del Congresso. È la Costituzione ad affermare che il dipartimento del Tesoro non può spendere risorse senza una legge che lo autorizzi. Come prevede l’Antideficiency Act, le agenzie federali devono interrompere la loro operatività in assenza di un finanziamento autorizzato dal Congresso.
Così durante lo shutdown il governo centrale inizia a chiudere tutte le attività non essenziali, fino all’approvazione della legge, eccezion fatta per quelle che vengono finanziate con altre risorse. Ciascuna agenzia definisce quali delle sue attività sono essenziali o meno. Rientrano tra le essenziali quelle legate ai militari e alle forze di polizia in servizio, così come gli impiegati degli ospedali pubblici che ricevono fondi federali e i controllori del traffico aereo. Pur non avendo la maggioranza nei due rami del Congresso, i dem possono bloccare i lavori con la tecnica del filibuster che dà un enorme potere contrattuale alla minoranza e può essere superata solo con una maggioranza qualificata.
Perché lo shutdown di oggi è diverso
A essere preoccupati non sono solo gli analisti, che sottolineano come la crescita americana sia meno sostenuta oggi rispetto a sette anni fa e temono che la chiusura dei rubinetti federali aggiungerebbe solo altra incertezza dopo i dazi. I media americani segnalano infatti che a differenza del passato la chiusura netta dei repubblicani a qualsiasi tipo di compromesso sia in realtà una strategia per arrivare proprio allo shutdown. Con l’obiettivo di tagliare ulteriormente i dipendenti pubblici una volta individuati quelli “non fondamentali”.
In una nota diffusa la scorsa settimana, scrive il britannico Guardian, l'Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca ha invitato le agenzie a prepararsi non solo a licenziamenti temporanei, ma anche a licenziamenti permanenti in caso di chiusura. Il promemoria ordinava alle agenzie di preparare avvisi di riduzione del personale per i programmi federali le cui fonti di finanziamento sarebbero venute meno in caso di chiusura e che non sono "coerenti con le priorità del presidente". Che da inizio anno ha già messo alla porta circa 300mila persone.