Ferro, ad La Molisana: “Non c’è dumping. Con dazi al 107% siamo fuori mercato”
di Carlotta ScozzariMILANO – La Molisana rispedisce al mittente le accuse di dumping da parte del Dipartimento del commercio statunitense. Al pastificio, così come a Garofalo, viene contestato di esportare negli Usa a prezzi bassi per guadagnare quote di mercato. Da qui l’ipotesi di nuovi dazi del 107% sulla pasta da gennaio.
Giuseppe Ferro, amministratore delegato del gruppo La Molisana, con un fatturato di 350 milioni, come rispondete alle accuse?
«La nostra risposta è semplice: non c’è dumping. E questo era già emerso nelle due procedure analoghe alle quali siamo stati sottoposti negli anni passati da parte dello stesso Dipartimento».
Come si erano concluse le due verifiche precedenti?
«Al termine della prima, era stato stabilito un dumping pari a zero. La seconda volta è emerso l’1,6% e la terza volta, quella di cui si parla oggi, ci accusano del 91,74% di dumping».
Cos’è cambiato rispetto alle altre due procedure?
«Da parte nostra nulla, ci siamo sempre comportati in modo corretto. In occasione dell…
MILANO – La Molisana rispedisce al mittente le accuse di dumping da parte del Dipartimento del commercio statunitense. Al pastificio, così come a Garofalo, viene contestato di esportare negli Usa a prezzi bassi per guadagnare quote di mercato. Da qui l’ipotesi di nuovi dazi del 107% sulla pasta da gennaio.
Giuseppe Ferro, amministratore delegato del gruppo La Molisana, con un fatturato di 350 milioni, come rispondete alle accuse?
«La nostra risposta è semplice: non c’è dumping. E questo era già emerso nelle due procedure analoghe alle quali siamo stati sottoposti negli anni passati da parte dello stesso Dipartimento».
Come si erano concluse le due verifiche precedenti?
«Al termine della prima, era stato stabilito un dumping pari a zero. La seconda volta è emerso l’1,6% e la terza volta, quella di cui si parla oggi, ci accusano del 91,74% di dumping».
Cos’è cambiato rispetto alle altre due procedure?
«Da parte nostra nulla, ci siamo sempre comportati in modo corretto. In occasione della terza procedura, abbiamo agito come nelle due precedenti e abbiamo prodotto oltre 600 pagine di documentazione».
Dicono che non siate stati collaborativi...
«Non è vero. Abbiamo svolto un lavoro colossale perché la procedura è complicatissima, oltre che molto costosa, e richiede di appoggiarsi a legali negli Stati Uniti. In quest’ultimo procedimento abbiamo anche chiesto che venissero in azienda da noi, in Italia, a fare una verifica, ma non si è visto nessuno. Sono giunti alla loro conclusione senza nemmeno entrare nel merito».
Quindi a cambiare è stato solo il contesto politico, con Trump?
«Faccia lei... Tra l’altro mi risulta che siamo già stati nominati per una quarta procedura».
Ora produrrete ulteriore documentazione per scongiurare questi maxi-dazi?
«L’abbiamo già presentata e altra ne presenteremo. Siamo abitutati».
Nello scenario peggiore di dazi a quasi il 107% cosa farete?
«A livelli così alti diventa molto difficile vendere la pasta. Con dazi oltre il 100% è pressoché impossibile stare sul mercato. In ogni caso, il problema non riguarda solo noi e Garofalo: siamo in 13 pastifici a essere su questa barca, perciò cercheremo di trovare una soluzione prima di gennaio».
Come nascono queste procedure antidumping?
«Su istanza di produttori locali».
Cioè gli stessi che potrebbero trarre vantaggio dai maxi-dazi?
«Non accuso nessuno ma sembra che Windoria abbia fatto scoccare la scintilla e penso che il gruppo (nato dall’unione tra La Doria e l’americana Winland Foods, ndr) abbia anche un pastificio in Italia».