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Rummo: “Ingiusti i dazi Usa al 107% sulla pasta. I produttori americani vendono alla metà di noi”

Cosimo Rummo dopo l'alluvione del 2015 che aveva colpito l'azienda 

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Il numero uno del pastificio: “Non c’è dumping e dobbiamo subire una decisione basata sui dati forniti da altre aziende”, cioè Garofalo e La Molisana
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MILANO – C’è anche Pasta Rummo tra i 13 gruppi che da gennaio rischiano dazi pari a quasi il 107% sull’export oltreoceano. La decisione segue le verifiche condotte dal Dipartimento del commercio Usa su Garofalo e La Molisana.

Cosimo Rummo, presidente e ad dell’omonimo pastificio, avete fatto dumping?

«Negli ultimi 20 anni siamo sempre stati accusati di dumping e concorrenza sleale da pastifici americani, con conseguenti controlli sui nostri prezzi. Fino a ieri, queste procedure si erano concluse accertando in media tra il 3 e il 5% di dumping, con picchi del 15. Era un boccone amaro che, però, si poteva ancora mandare giù. Le notizie di oggi no».

Cosa sta succedendo?

«Non solo Trump ha fissato dazi al 15% sulla pasta ma il Dipartimento del commercio ha calcolato il …

MILANO – C’è anche Pasta Rummo tra i 13 gruppi che da gennaio rischiano dazi pari a quasi il 107% sull’export oltreoceano. La decisione segue le verifiche condotte dal Dipartimento del commercio Usa su Garofalo e La Molisana.

Cosimo Rummo, presidente e ad dell’omonimo pastificio, avete fatto dumping?

«Negli ultimi 20 anni siamo sempre stati accusati di dumping e concorrenza sleale da pastifici americani, con conseguenti controlli sui nostri prezzi. Fino a ieri, queste procedure si erano concluse accertando in media tra il 3 e il 5% di dumping, con picchi del 15. Era un boccone amaro che, però, si poteva ancora mandare giù. Le notizie di oggi no».

Cosa sta succedendo?

«Non solo Trump ha fissato dazi al 15% sulla pasta ma il Dipartimento del commercio ha calcolato il 91,74% di dumping con un procedimento alquanto singolare».

In che senso?

«Dopo le verifiche compiute su due sole aziende che sono state selezionate, Garofalo e La Molisana, è stata presa una decisione ingiustificata che dobbiamo subire anche noi. Ma noi non siamo stati mai contattati né coinvolti».

Come mai siete dentro?

«Ci ha tirati dentro il produttore americano che ha denunciato il dumping: Windoria, con stabilimenti anche in Italia».

La decisione quindi per voi è ingiustificata?

«Il dumping non c’è. Dire che c’è il 90% di dumping significa dire che vendiamo la pasta a 100 in Italia e a 10 in Usa, il che è falso. Rummo, negli Stati Uniti, vende in media 450 grammi di pasta a 4 dollari. Qualcuno mi spieghi dov’è la concorrenza sleale, visto che i produttori americani vendono a circa la metà».

Quanto pesano gli Stati Uniti sul vostro giro d’affari?

«Su un fatturato di 250 milioni, gli Usa pesano per il 10% ma solo il 5-6% rientra nel dumping, perché il resto riguarda prodotti fuori dalla procedura, come quelli senza glutine».

Come vi muoverete ora?

«Premesso che siamo solo stati informati di questo 91,74% di dumping, abbiamo messo la pratica in mano ai nostri avvocati di Washington. Anche i nostri manager negli Stati Uniti hanno chiesto chiarimenti. Inoltre, Luigi Scordamaglia di Filiera Italia, alla quale aderiamo, è in contatto continuo con il governo e con il ministro Lollobrigida, oltre che con gli ambasciatori».

Gennaio però si avvicina, non c’è tanto tempo per negoziare...

«Ci aspettiamo notizie entro la fine dell’anno, anche perché, in caso di conferma del dumping, il 91,74% rischia di dovere essere applicato retroattivamente alle vendite dell’ultimo anno».

E in caso di dazi al 107%?

«Non si potrà esportare negli Usa e gli americani dovranno mangiare la pasta realizzata lì. Il prodotto italiano, soprattutto quello del Sud, è un po’ come lo champagne per il resto del mondo. Ma con dazi al 107% gli americani finirebbero per pagare la pasta come una bottiglia di vino, dati gli ulteriori costi da aggiungere, come quelli del distributore e dei supermercati. Non solo: noi produciamo in Italia, il che significa sopportare già in partenza costi elevati, per esempio di energia e di manodopera».

Sperate in dazi “solo” al 15%?

«Siamo costretti a sperarlo. E già il 15% in dogana, per i motivi di cui sopra, si trasforma in un +30% per il consumatore finale americano, che non credo sia contento. Per fare l’America “di nuovo grande” forse ci si sarebbe dovuti muovere diversamente, ipotizzando almeno un certo periodo di tempo prima dell’introduzione dei dazi».

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