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Anghileri (Confindustria): “Il rigore non basta, il governo deve sostenere le imprese che innovano"

Maria Anghileri, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria

 

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Per la presidente dei Giovani imprenditori la legge di Bilancio deve fare di più per rilanciare “una crescita da zero virgola”. “In Italia si è rotto il patto tra generazioni, incentiviamo startup e previdenza complementare”
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ROMA – «L’attenzione del governo per i conti pubblici è molto positiva, ha ridato credibilità all’Italia», dice Maria Anghileri, 38 anni, seconda generazione al vertice del gruppo lombardo dell’acciaio Eusider e da un anno presidente dei Giovani di Confindustria, che in settimana terranno a Capri la 40esima edizione del loro convegno. Manca una parte decisiva, però, ed è quella che agita gli imprenditori: «Adesso che i fondamentali sono stabili bisogna rilanciare la crescita, ferma allo zero virgola. Anche perché il grosso dell’effetto dei dazi si deve ancora vedere».

E invece in piena stagnazione il governo prepara una legge di Bilancio molto prudente. Troppo?

«Finché non usciamo dalla procedura di infrazione la prudenza è condivisibile. Si tratta di usare le poche…

ROMA – «L’attenzione del governo per i conti pubblici è molto positiva, ha ridato credibilità all’Italia», dice Maria Anghileri, 38 anni, seconda generazione al vertice del gruppo lombardo dell’acciaio Eusider e da un anno presidente dei Giovani di Confindustria, che in settimana terranno a Capri la 40esima edizione del loro convegno. Manca una parte decisiva, però, ed è quella che agita gli imprenditori: «Adesso che i fondamentali sono stabili bisogna rilanciare la crescita, ferma allo zero virgola. Anche perché il grosso dell’effetto dei dazi si deve ancora vedere».

E invece in piena stagnazione il governo prepara una legge di Bilancio molto prudente. Troppo?

«Finché non usciamo dalla procedura di infrazione la prudenza è condivisibile. Si tratta di usare le poche risorse disponibili in modo efficace, per premiare le aziende innovative e che investono. Da qui a fine anno scadono una serie di incentivi alle imprese come Industria 4.0 e 5.0, il credito di imposta per la ricerca e la Zes unica per il Mezzogiorno, che si è rivelata molto efficace combinando incentivi e semplificazioni. Estendere le semplificazioni burocratiche a tutte le imprese in ogni area del Paese sarebbe la prima cosa, a costo zero».

Gli incentivi verdi di Industria 5.0 sono stati un buco nell’acqua. Vi aspettate che vengano sostituiti da un nuovo intervento più semplice, come fu Industria 4.0?

«Il nome ci interessa poco, chiediamo una misura che incentivi le imprese che investono in particolare in digitalizzazione e Intelligenza artificiale, e che garantisca un accesso molto più semplice alle risorse».

Già lo scorso anno in manovra non ci furono grandi interventi per le aziende, quest’anno l’andazzo è simile. Avevate aspettative diverse da un governo che si proclama amico delle imprese?

«La nostra vera aspettativa è sull’energia, il tema che può cambiare tutto. Non è sostenibile fare industria in un Paese che paga la bolletta più alta d’Europa, 109 euro al Megawattora, il doppio di Francia e Spagna, per non parlare della differenza con il resto del mondo. Oggi chi ha energia a basso costo gioca da protagonista, anche nella grande competizione dell’IA, gli altri perdono investimenti».

Qualche mese fa la premier Meloni aveva fatto riferimento al disaccoppiamento tra prezzo delle rinnovabili e del gas, un cavallo di battaglia per la manifattura. A giudicare dalle anticipazioni sul decreto Energia la montagna pare aver partorito un topolino.

«Non commento un provvedimento non ancora approvato. Ma ripeto, l’aspettativa è che sia incisivo, cioè che avvii in modo concreto quel disaccoppiamento dei prezzi».

Di certo non si vede traccia di misure per i giovani, nonostante abbiano beneficiato meno di tutti dal boom dell’occupazione di questi ultimi mesi. La preoccupa?

«Molto. In Italia si sta rompendo il patto tra le generazioni: su 1.100 miliardi di spesa pubblica solo il 9% è dedicato a quella che io chiamo la “filiera futuro” – natalità, istruzione, innovazione e startup – e negli ultimi dieci anni abbiamo perso 153 mila imprese guidate da giovani. I giovani vanno rimessi al centro, per questo a Capri farò delle proposte».

Per esempio?

«Incentivare la diffusione della previdenza complementare: oggi il tetto di deducibilità delle somme accantonate è di 5 mila euro, troppo basso: va raddoppiato».

Però alla pensione bisogna arrivarci: l’Italia è ancora un Paese dove un giovane può fare impresa, se non la eredita dai genitori?

«Sì, ma tra mille complicazioni. Per questo bisogna pensare a un pacchetto di semplificazioni e incentivi all’imprenditoria giovanile, che comprenda anche un regime fiscale agevolato. Ma in un mondo dove il ritmo del cambiamento accelera anche l’Europa deve rimettere l’industria al centro: serve un 28esimo regime legale che permetta alle imprese di superare la frammentazione interna al mercato unico».

Gli imprenditori criticano la burocrazia europea, ma in questo caso è Bruxelles che propone il 28esimo regime mentre i 27 Stati resistono. Bisognerebbe prendersela con loro.

«Stiamo sostenendo questa misura in tutte le sedi, anche con il nostro governo».

Il suo settore, l’acciaio, è al centro della tempesta tariffaria. Quanto dell’effetto dei dazi si deve ancora vedere?

«Per tutti i settori gli effetti negativi si vedranno soprattutto nei prossimi mesi, perché prima di agosto gli importatori americani hanno cercato di accumulare più scorte possibile. Per l’acciaio, dove i dazi ci sono dal 2018, il grande problema è l’effetto indiretto, cioè l’invasione di prodotti asiatici sul mercato europeo».

Per evitarla l’Europa vole a sua volta introdurre un dazio del 50% sull’acciaio importato. Voi imprenditori avete sempre detto che le tariffe danneggiano tutti: se proteggono voi vanno bene?

«Oggi l’acciaio europeo è il più verde al mondo, mentre le aziende cinesi utilizzano per il 60% il carbone e non pagano oneri per le emissioni. Quando non si compete ad armi pari le tutele sono necessarie».

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