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Caritas contro il governo: “La lotta alla povertà piegata alla natalità. Troppi discriminati”

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Nel Rapporto sulle politiche bocciati Adi e Sfl: beneficiari dimezzati, esclusioni in aumento, importi insufficienti. “Si è accentuata la differenza tra ultimi e ultimissimi”
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ROMA – Il governo Meloni ha riportato il 4 ottobre, festa di San Francesco, a festività nazionale e la premier era ad Assisi per celebrarlo. Ma mentre si inneggia al “poverello”, la Caritas fotografa un Paese che lascia indietro i suoi poveri. Nel Rapporto 2025, dedicato a un primo bilancio delle nuove misure di contrasto alla povertà – Assegno di inclusione (Adi) e Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) – l’organizzazione cattolica accusa il governo di aver piegato la lotta all’indigenza a una logica natalista.

Il criterio decisivo non è più la condizione di bisogno, ma la presenza di figli minori. «Assicurare a tutti i poveri una vita decente non è più considerato compito dello Stato – scrive Caritas –. Le politiche contro la povertà diventano un sottoinsieme di quelle per la natalità». Una scelta che solleva dubbi anche di legittimità costituzionale, rispetto all’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini.

ROMA – Il governo Meloni ha riportato il 4 ottobre, festa di San Francesco, a festività nazionale e la premier era ad Assisi per celebrarlo. Ma mentre si inneggia al “poverello”, la Caritas fotografa un Paese che lascia indietro i suoi poveri. Nel Rapporto 2025, dedicato a un primo bilancio delle nuove misure di contrasto alla povertà – Assegno di inclusione (Adi) e Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) – l’organizzazione cattolica accusa il governo di aver piegato la lotta all’indigenza a una logica natalista.

Il criterio decisivo non è più la condizione di bisogno, ma la presenza di figli minori. «Assicurare a tutti i poveri una vita decente non è più considerato compito dello Stato – scrive Caritas –. Le politiche contro la povertà diventano un sottoinsieme di quelle per la natalità». Una scelta che solleva dubbi anche di legittimità costituzionale, rispetto all’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini.

Beneficiari dimezzati e importi più bassi

I dati Inps sono eloquenti: dai 1,4 milioni di nuclei raggiunti dal Reddito di cittadinanza tra il 2021 e il 2022 si è scesi a 650 mila nel 2024, in lieve risalita nel 2025. Anche secondo la Banca d’Italia, l’efficacia si riduce: il RdC abbassava l’incidenza della povertà assoluta dall’8,9% al 7,5%, l’Adi la porta solo all’8,3%.

Rispetto al RdC, il nuovo assegno «riduce sensibilmente la platea, esclude una quota significativa di famiglie in povertà assoluta e determina importi medi più bassi», salvo eccezioni per famiglie con disabili.

Gli esclusi: ultimi e “ultimissimi”

Dal bacino potenziale di 2,1 milioni di famiglie del RdC si scende a 1,2 milioni con l’Adi. Chi resta fuori? Adulti soli senza requisiti, working poor, stranieri. Oggi il 91% dei beneficiari è italiano, mentre gli stranieri – che rappresentano il 31% dei poveri assoluti – sono solo il 9% dei percettori.

Le Caritas raccontano storie emblematiche: una donna sola di 52 anni esclusa perché senza figli o invalidità; un precario con 600 euro al mese che non ha diritto a nulla. «Si è accentuata la differenza tra ultimi e ultimissimi – racconta un’operatrice –: chi aveva già un minimo sostegno è riuscito a rientrare, gli altri sono scivolati ancora più giù».

Falsi positivi e falsi negativi: il paradosso dell’Adi

Un altro punto critico riguarda l’accuratezza del targeting. Secondo la Caritas, l’Adi non solo ha ristretto la platea, ma ha moltiplicato gli errori di esclusione. I cosiddetti “falsi negativi” – famiglie effettivamente in povertà assoluta ma tagliate fuori dai requisiti categoriali – sono cresciuti in maniera sensibile. Al contrario, non mancano i “falsi positivi”, cioè nuclei che ricevono l’assegno pur non essendo poveri, grazie a caratteristiche anagrafiche o familiari che garantiscono l’accesso.

Il risultato, sottolinea la Caritas, è un sistema meno equo ed efficace: «mentre chi ha figli molto piccoli o disabili gode di coefficienti di equivalenza più favorevoli, intere fasce di popolazione fragile restano senza aiuto». Una distorsione che accentua la percezione di ingiustizia sociale e mina la fiducia nelle politiche pubbliche.

Squilibri territoriali e disuguaglianze

Il Rapporto segnala anche squilibri territoriali: al Sud si concentra il 68% dei beneficiari, ma il 45% dei poveri assoluti vive al Nord, dove gli aventi diritto non superano il 15%. In questo modo, intere fasce di povertà “invisibile” restano scoperte, soprattutto nei grandi centri urbani del Centro-Nord.

SFL: da politica attiva a “stipendificio temporaneo”

Per chi non accede all’Adi è nato il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL): 500 euro al mese, individuali, per massimo 12 mesi (24 in caso di corsi). Ma nel 2024 lo hanno ricevuto appena 181 mila persone, con una media di sei-sette mesi.

Caritas lo definisce «una scatola vuota». Nei focus territoriali emergono corsi «del tutto scollegati dalla realtà locale»: baristi per disoccupati maturi, addetti a mestieri non richiesti, corsi online generici.

Il risultato, denuncia il Rapporto, è «disillusione e apatia», con il rischio che il SFL si riduca a un “mini-RdC temporaneo”, senza emancipazione. «Si rischia di creare un esercito di nuovi poveri inattivi e disillusi».

Italia in controtendenza rispetto all’Europa

L’Italia va in direzione opposta rispetto all’Europa. La Germania con il Bürgergeld ha aumentato gli importi del 25% e ridotto i vincoli patrimoniali. La Spagna, con l’Ingreso Mínimo Vital, ha rivalutato gli importi del 42,8% in cinque anni (+15% nel 2023, +9% nel 2025), adeguandoli al costo della vita. La Bulgaria, con una riforma PNRR, ha agganciato il minimo alla soglia di povertà, aumentando del 113% l’importo base in un solo anno.

In Italia, invece, l’adeguamento delle soglie Adi si è fermato a +8,3% nel 2025, a fronte di un’inflazione cumulata del 18% dal 2019.

Il paracadute Caritas

In questo scenario, le Caritas diocesane restano il vero paracadute sociale. Crescono le richieste di aiuto alimentare, contributi per affitti e bollette, segno di un ritorno ai bisogni primari. Un arretramento che, sottolinea il Rapporto, «riporta indietro di anni la lotta alla povertà».

Da qui l’appello: ripristinare l’universalismo selettivo, cioè una misura di reddito minimo accessibile a tutti i poveri, e spingere a Bruxelles per una direttiva vincolante europea che garantisca standard comuni.

Pagniello: “Non elemosina, ma giustizia sociale”

«Chi vive in povertà desidera soprattutto essere trattato con rispetto, senza stigma», ricorda don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. «Non elemosina dall’alto, ma giustizia sociale: la mano tesa dello Stato che restituisce dignità e inclusione».

Per molti, conclude il Rapporto, la povertà resta “vivere in apnea”: un affanno quotidiano tra affitti da pagare, spese da sostenere e la ricerca di un aiuto che non arrivi troppo tardi.

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