ROMA – Una delle grandi tendenze della tecnologia globale, la costruzione degli immensi centri dati per un mondo di Intelligenze artificiali, questa volta coinvolge anche l’Italia. Il nostro Paese ha chiuso il 2024 con 287 Megawatt di potenza di calcolo in funzione, inferiore a quasi tutti gli altri Paesi europei più avanzati. Ma sulla base dei cantieri già avviati l’associazione di settore Ida calcola che quest’anno dovrebbe accendere altri 110 Megawatt, e il prossimo ben 250. Di questo passo nel 2029 si potrebbe arrivare a 1,5 Gigawatt, sei volte la capacità attuale, per poi sfondare i 2 Giga nel 2031. Il ritmo di crescita previsto, +40%, è stato aggiornato al rialzo rispetto alle stime di appena 12 mesi fa, e dovrebbe permettere all’Italia di colmare almeno una parte del divario con i grandi hub europei dei dati: alla fine dello scorso anno Germania e Olanda erano già quasi a 1,5 Giga, la Francia a 760 Mega, la Spagna a 342.
ROMA – Una delle grandi tendenze della tecnologia globale, la costruzione degli immensi centri dati per un mondo di Intelligenze artificiali, questa volta coinvolge anche l’Italia. Il nostro Paese ha chiuso il 2024 con 287 Megawatt di potenza di calcolo in funzione, inferiore a quasi tutti gli altri Paesi europei più avanzati. Ma sulla base dei cantieri già avviati l’associazione di settore Ida calcola che quest’anno dovrebbe accendere altri 110 Megawatt, e il prossimo ben 250. Di questo passo nel 2029 si potrebbe arrivare a 1,5 Gigawatt, sei volte la capacità attuale, per poi sfondare i 2 Giga nel 2031. Il ritmo di crescita previsto, +40%, è stato aggiornato al rialzo rispetto alle stime di appena 12 mesi fa, e dovrebbe permettere all’Italia di colmare almeno una parte del divario con i grandi hub europei dei dati: alla fine dello scorso anno Germania e Olanda erano già quasi a 1,5 Giga, la Francia a 760 Mega, la Spagna a 342.
Da Nord a Sud
A favorire la rimonta italiana sono in realtà due tendenze più ampie del settore. La prima è quella di portare i server sempre più vicino ai clienti finali, per questioni di efficienza e sovranità dei dati. La seconda è la saturazione dei grandi centri del Nord Europa, Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, molti dei quali hanno avvicinato un punto di saturazione, in particolare dal punto di vista energetico, vista la grande quantità di elettricità (oltre ad acqua e suolo) che questi impianti consumano. Il caso simbolo è l’Irlanda, dove molte Big Tech hanno collocato la sede europea portandosi dietro i calcolatori, ma dove le fattorie di server sono arrivate a consumare più del 20% dell’elettricità dell’intero Paese, con notevole problemi di tenuta della rete.
Tutti sul carro
L’impennata delle costruzioni dei cosiddetti hyperscaler nell’Europa meridionale si vede anche di più in Spagna, dove l’abbondanza di energia rinnovabile e di spazio rende i costi inferiori. Ma anche in un Paese dagli alti costi della bolletta e dalle regole pesanti come l’Italia, i ritorni stellari che queste strutture garantiscono – uniti alla convinzione che, comunque vada con l’IA, la domanda di calcolo aumenterà sempre più – sono tali da spingere un boom di costruzioni, con oltre 20 miliardi di investimenti stimati nei prossimi cinque anni. Nel settore si affollano le solite note Big Tech (Amazon, Google, Microsoft), gruppi americani specializzati nel cloud, grandi multinazionali come Eni, ma anche tradizionali operatori immobiliari, per cui in questo momento le fattorie di server sono la cosa più lucrativa da costruire su un metro quadro di superficie.
Tra i progetti che stanno usufruendo della corsia autorizzativa veloce istituita dal governo per gli investimenti strategici oltre il miliardo, ha spiegato il ministro delle Imprese Adolfo Urso al convegno di Ida, la maggior parte sono proprio data center: l’ultimo ad ottenere questo tappeto rosso, la scorsa settimana, è stato quello della multinazionale americana Vantage. A breve il settore potrebbe anche ottenere qualche altra semplificazione regolatoria.
Tutti a Milano
La moltiplicazione dei centri dati, negli Stati Uniti ma anche a livello globale, sta generando non poche critiche: da chi teme sia una bolla destinata ad esplodere, a chi sottolinea lo scarso indotto occupazionale, almeno dopo la fine della costruzione, a chi mette in guardia sul loro impatto ambientale ed energetico. Questo impatto è maggiore se gli hyperscaler sono concentrati nella stessa area, come spesso avviene per ragioni economiche e infrastrutturali, come il passaggio di “autostrade” elettriche o di dati. L’Italia non fa eccezione: secondo i calcoli di Ida a fine 2024 circa due terzi della potenza attiva nel nostro Paese – 199 Megawatt su 287 - si trova a Milano e dintorni. In particolare nella zona Sud della città, dove passa il principale cavo di trasmissione dati italiano. Questa concentrazione dovrebbe addirittura aumentare nei prossimi anni, arrivando a fine del 2029 a quasi 1,1 Giga su 1,5 complessivi: oggi il capoluogo lombardo è uno dei centri che mostrano la maggiore crescita in Europa.
Livello di saturazione
Troppo? Lo stesso presidente di Ida, Sherif Rizkalla, ha definito quella di Milano una “saturazione virtuale”, chiedendo “una pianificazione più coordinata per evitare congestioni e garantire sostenibilità”. Il ministro Urso ha detto che “il governo sta lavorando con le imprese per evitare che i progetti siano collocati esclusivamente in un’area, cosa che potrebbe avere contraccolpi per la sostenibilità della rete”. Qualcosa sembra muoversi in altri centri del Nord, come Genova, Torino o Padova, o del Sud come Bari. L’insieme di fattori economici ed infrastrutturali però continua ad attirare capitali nel capoluogo lombardo. Al momento l’unica città italiana che mostra un tasso di sviluppo vicino è Roma, che però ha appena un decimo della capacità. Mentre il resto del Paese, pur crescendo, lo fa a velocità dimezzata.