ROMA – Stati Uniti e Cina sembravano andare verso una distensione. Nel giro di poche ore rieccoli – e rieccoci tutti – in piena escalation. La scintilla: l’uno-due di misure approvate da Pechino negli ultimi due giorni, prima nuovi e molto più stringenti controlli sulle esportazioni di terre rare, poi tasse speciali sulle navi americane che attraccano nei suoi porti. Misure uguali e contrarie a quelle che Washington aveva già introdotto in precedenza, ma che, a due settimane dal previsto e attesissimo incontro con Xi Jinping in Corea del Sud, spingono Donald Trump a tornare all’attacco.
Dazi ulteriori al 100% su tutte le merci
“La Cina è molto ostile”, scrive sui social il presidente americano, che a questo punto “non vede più ragione” di incontrare il suo omologo. E aggiunge che l’amministrazione “sta valutando un massiccio aumento dei dazi sui prodotti cinesi”. Un’ipotesi che si traduce poi in una percentuale, annunciata in serata. “A partire dall’1 novembre, o prima se necessario, …
ROMA – Stati Uniti e Cina sembravano andare verso una distensione. Nel giro di poche ore rieccoli – e rieccoci tutti – in piena escalation. La scintilla: l’uno-due di misure approvate da Pechino negli ultimi due giorni, prima nuovi e molto più stringenti controlli sulle esportazioni di terre rare, poi tasse speciali sulle navi americane che attraccano nei suoi porti. Misure uguali e contrarie a quelle che Washington aveva già introdotto in precedenza, ma che, a due settimane dal previsto e attesissimo incontro con Xi Jinping in Corea del Sud, spingono Donald Trump a tornare all’attacco.
Dazi ulteriori al 100% su tutte le merci
“La Cina è molto ostile”, scrive sui social il presidente americano, che a questo punto “non vede più ragione” di incontrare il suo omologo. E aggiunge che l’amministrazione “sta valutando un massiccio aumento dei dazi sui prodotti cinesi”. Un’ipotesi che si traduce poi in una percentuale, annunciata in serata. “A partire dall’1 novembre, o prima se necessario, gli Stati Uniti imporranno alla Cina una tariffa del 100%, in aggiunta a qualsiasi tariffa attualmente applicata. Sempre il 1° novembre, imporremo controlli sulle esportazioni su tutti i software critici"”
Le Borse globali accusano: gli indici di Wall Street perdono il 2%, quelli europei chiudono tutti in rosso. La tregua negoziale tra le due superpotenze è finita? L’accordo che sembrava possibile dopo l’intesa su TikTok non lo è più? Di certo le mosse di Pechino hanno stupito quasi tutti gli osservatori per durezza e tempismo. Specie il nuovo regime di controlli sulle terre rare: se è vero che ricalca in tutto e per tutto quello che gli Stati Uniti fanno con i microchip, per la prima volta la Cina ha la pretesa di dettare condizioni su ciò che viene prodotto anche fuori dai confini, se contiene un solo grammo dei suoi metalli. Potrebbe trattarsi di una mossa negoziale molto decisa, un modo mostrare forza ed alzare la posta prima dell’incontro con Trump. E lo stesso si può pensare della tassa sulle navi americane, ritorsione alla tassa americana sulle navi cinesi. Difficile però pensare che il presidente americano potesse accettare l’affondo senza reagire. E la reazione, almeno a parole, è arrivata.
La Cina si sente forte
Arriveranno anche i fatti? Pechino pare scommettere di no, forse contando sulla voglia di “deal”, di accordo, che Trump ha espresso a più riprese in queste ultime settimane. Di certo la Cina si sente forte, convinta di avere molte importanti leve negoziali, a cominciare proprio dal suo dominio sulla filiera delle terre rare, metalli fondamentali per hi-tech e difesa di cui controlla la produzione. L’accordo su TikTok, venduto da Trump come una grande vittoria, lo conferma: alla fine ai cinesi resteranno gran parte dei profitti delle attività americane della piattaforma social. Ma se davvero Xi è convinto di essere così forte, perché rischiare di far saltare un faccia a faccia da cui avrebbe avuto ben poco da perdere e forse molto da guadagnare? Al quadro sembrano mancare degli elementi necessari a mettere a fuoco questa rottura.
L’unica cosa sicura – e preoccupante per tutto il mondo – è che lo stato delle relazioni tra le superpotenze sembra improvvisamente tornato indietro di mesi, cancellando i risultati (a questo punto, si sospetta, magri) dei quattro round di negoziati condotti dagli emissari dei due leader, e la telefonata del 19 settembre in cui avevano fissato l’appuntamento in Corea. I dazi al 30% alle dogane americane, e del 10% a quelle cinesi, sarebbero dovuti rimanere fino alla scadenza della tregua, tra un mese esatto. Ma quella data è ormai superata dai nuovi eventi: tra tre settimane, a meno di un nuovo compromesso (o di un’ulteriore escalation), Washington aggiungerà il 100%.