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Le fabbriche cinesi girano a vuoto, Xi dichiara guerra all’involuzione

Il tasso di utilizzo delle fabbriche cinesi è sceso al di sotto del 75%, ai minimi da oltre dieci anni

 

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Il regime dice di voler correggere il modello di sviluppo basato su eccesso di produzione e concorrenza al ribasso tra imprese. Ma un vero cambio di paradigma è molto difficile
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ROMA – Peripezie di una strana parola. Neijuan, il termine mandarino per “involuzione”, fino a qualche tempo fa era gergo da antropologi, che lo usavano per indicare la fissità di alcune società agricole “avvitate su se stesse”, incapaci di fare un salto verso sistemi più produttivi.

Durante il Covid sono stati i giovani cinesi, frustrati da un Paese iper competitivo che chiede loro enormi sforzi ma offre ricompense sempre più magre, a trasformarlo in un tormentone social, lo sfogo virale della loro insoddisfazione. Ma chi avrebbe potuto immaginare l’ulteriore successiva giravolta, cioè che neijuan sarebbe entrata nel vocabolario del regime? E invece, qualche mese fa il Partito se ne è appropriato per identificare la selvaggia concorrenza al ribasso tra imprese, il male economico che rischia di minare il sogno di ascese cinese.

Lo scorso luglio Xi Jinping in persona ha detto che bisogna superare la «disordinata competizione dei prezzi bassi», subito ribattezzata dalla propaganda una «…

ROMA – Peripezie di una strana parola. Neijuan, il termine mandarino per “involuzione”, fino a qualche tempo fa era gergo da antropologi, che lo usavano per indicare la fissità di alcune società agricole “avvitate su se stesse”, incapaci di fare un salto verso sistemi più produttivi.

Durante il Covid sono stati i giovani cinesi, frustrati da un Paese iper competitivo che chiede loro enormi sforzi ma offre ricompense sempre più magre, a trasformarlo in un tormentone social, lo sfogo virale della loro insoddisfazione. Ma chi avrebbe potuto immaginare l’ulteriore successiva giravolta, cioè che neijuan sarebbe entrata nel vocabolario del regime? E invece, qualche mese fa il Partito se ne è appropriato per identificare la selvaggia concorrenza al ribasso tra imprese, il male economico che rischia di minare il sogno di ascese cinese.

Lo scorso luglio Xi Jinping in persona ha detto che bisogna superare la «disordinata competizione dei prezzi bassi», subito ribattezzata dalla propaganda una «corsa di topi nella ruota». E così in Cina è ufficialmente partita una nuova grande campagna nazionale: quella contro l’involuzione.

Nuovo nome, vecchio problema

Alcuni dicono – a ragione – che in realtà neijuan è solo una nuova parola per un annoso problema. Vecchio quanto il modello di sviluppo che ha reso la Cina fabbrica del mondo, basato su massicci investimenti alla produzione, generosamente incentivati dallo Stato e finanziati con i risparmi dei cittadini.

Questo modello tende da un lato a scatenare tra le imprese una feroce competizione di volumi e di prezzi per conquistare il mercato e dall’altro, visto che gli aiuti centrali e locali le tengono in piedi ben oltre i loro meriti economici, a produrre periodici eccessi di capacità industriale, in buona parte scaricati all’estero come export. Stavolta però la scala del fenomeno pare diversa, e senza dubbio è diverso il momento storico.

Auto elettriche e pannelli solari

Dopo che il regime ha (giustamente) fatto scoppiare la bolla immobiliare, il fiume di investimenti che inonda l’economia cinese si è spostato ancora di più verso la manifattura, e in particolare i “nuovi settori” considerati strategici dal regime per il primato tecnologico, come batterie, veicoli elettrici e chip.

Prendiamo le auto con la spina, da molti punti di vista un caso di successo dell’ascesa hi-tech cinese. I produttori si sono moltiplicati, sono addirittura un centinaio, e quando è diventato evidente che non c’era abbastanza domanda per tutti – globale e nazionale – hanno iniziato a tagliare i prezzi in modo selvaggio, sperando a fine massacro di essere gli ultimi a restare in piedi.

Non è una eccezione, bensì la norma: il tasso di utilizzo degli impianti industriali è nel complesso sceso sotto il 75%, ai minimi da 15 anni, il numero di imprese in perdita è ai massimi storici e il Paese sta attraversando la più lunga fase di deflazione dagli anni 90. Si capisce così perché il regime voglia cambiare rotta: in questa competizione distruttiva che azzera i margini le imprese rischiano di non avere più risorse da investire nel nuovo salto tecnologico che serve al Paese.

Contro l’involuzione

La campagna “anti-involuzione” ha acceso speranze anche nel resto del mondo, che subisce l’incontenibile avanzata dei produttori cinesi e ancora di più la teme ora che le loro merci sono respinte dagli Stati Uniti e devono trovare altri mercati dove scaricarsi.

Pechino ha cercato di rassicurare i partner: vogliamo curare i nostri mali interni, così anche i vostri saranno alleviati. Ma è vero? Finora la campagna contro l’involuzione è stata un misto di moral suasion politica verso le aziende e piccoli ritocchi normativi, come una modifica alla legge sui prezzi che impedisce di vendere sotto costo.

Qualche effetto si è visto. L’industria dei pannelli solari per esempio sta creando un fondo da 50 miliardi di yuan, 6 miliardi di euro, che avrà il compito di acquisire e chiudere un terzo della capacità produttiva nazionale. E negli ultimi mesi gli investimenti hanno mostrato un brusco rallentamento, non solo nell’immobiliare (che non esce dal tunnel) ma anche nella manifattura.

Una toppa al sistema

È presto però per considerarla una frenata strutturale, e per legarla al nuovo diktat di Xi. Gli analisti di Capital Economics la ritengono piuttosto l’effetto temporaneo dei tanti disastri meteorologici che la Cina ha subito quest’estate.

Se anche la produzione rallenta, continua comunque a crescere più dei consumi. E le aziende del Dragone continuano a spedire all’estero quantità record di merci, con la caduta dell’export verso gli Stati Uniti più che compensata dall’aumento in Asia e in Europa, per la disperazione delle nostre aziende.

Il consenso dei commentatori, riassunto dalle parole dell’economista Michael Pettis, è che Pechino si sia limitata a «rattoppare il sistema con degli interventi amministrativi, spostando gli eccessi (di produzione, ndr.) da un settore a un altro e basandosi sull’export per assorbire gli squilibri».

Anche perché ribilanciare lo squilibrio strutturale del modello, quello tra investimenti troppo alti e consumi troppo bassi, avrebbe dei costi che finora il regime non ha voluto accettare: dovrebbe diminuire la quota di investimenti in produzione, accettando un rallentamento della crescita, oppure spingere i cittadini a risparmiare meno e consumare di più, magari creando un vero sistema di welfare, cosa che però avrebbe profonde e incerte (troppo incerte, per il Partito) ripercussioni politiche.

Verso il piano quinquennale

Finora gli stimoli alla domanda interna si sono limitati a un temporaneo piano di incentivi per chi “rottamava” vecchie auto o elettrodomestici. Mentre si continuano a incentivare con generosità le aziende nei settori considerati strategici, come chip, farmaceutica o robotica.

Se la lotta all’involuzione sia davvero una priorità da portare in fondo, come più ottimisticamente scrive Deutsche Bank, bisognerà provare a capirlo leggendo il prossimo piano quinquennale, che verrà definito alla fine di questo mese nel plenum del Partito e poi reso pubblico all’inizio del 2026. Il riferimento a un “ribilanciamento” ci sarà, ma c’era anche in quello attuale.

Probabilmente si farà un tentativo di contenere il “protezionismo” di province e città, ognuna delle quali promuove e difende (dal fallimento) le imprese locali ben al di là dei loro meriti di mercato. Ma se la priorità del regime in mezzo alla sfida con gli Stati Uniti resta raggiungere l’autosufficienza produttiva nelle tante industrie strategiche, scrivono sia Capital Economics che il Kiel Institute, è difficile che la Cina esca dalla sua involuzione.

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