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La Commissione scommette sul “ventottesimo regime”

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Un pacchetto di regole per le imprese che vada oltre quelle dei 27 membri. Dal fisco ai brevetti per evitare la burocrazia
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L’ultima ad annunciarlo in ordine di tempo è stata Ursula von der Leyen nel suo intervento alla Tech Week di Torino pochi giorni fa: «Per evitare l’incubo burocratico di 27 diverse legislazioni e regole delle più disparate – ha detto la presidente della Commissione – proponiamo un approccio rivoluzionario: il 28° regime». La stessa proposta era venuta sia dal rapporto Draghi che da quello Letta (che parlava di “28° Stato virtuale”) ma anche Mario Monti in un rapporto all’allora presidente Barroso nel 2010 l’aveva abbozzata.

Un corpo legislativo chiaro

Di cosa stiamo parlando? «Di un corpus legislativo chiaro, che non prevede troppi passaggi burocratici pur senza tradire le regole fondamentali, e garantisce la validità in tutti i 27 membri dell’Unione», spiega Marcello Messori, economista dell’European University Institute di Firenze, lunga esperienza nelle pratiche comunitarie. «Sono regole mirate ai settori dell’alta t…

L’ultima ad annunciarlo in ordine di tempo è stata Ursula von der Leyen nel suo intervento alla Tech Week di Torino pochi giorni fa: «Per evitare l’incubo burocratico di 27 diverse legislazioni e regole delle più disparate – ha detto la presidente della Commissione – proponiamo un approccio rivoluzionario: il 28° regime». La stessa proposta era venuta sia dal rapporto Draghi che da quello Letta (che parlava di “28° Stato virtuale”) ma anche Mario Monti in un rapporto all’allora presidente Barroso nel 2010 l’aveva abbozzata.

Un corpo legislativo chiaro

Di cosa stiamo parlando? «Di un corpus legislativo chiaro, che non prevede troppi passaggi burocratici pur senza tradire le regole fondamentali, e garantisce la validità in tutti i 27 membri dell’Unione», spiega Marcello Messori, economista dell’European University Institute di Firenze, lunga esperienza nelle pratiche comunitarie. «Sono regole mirate ai settori dell’alta tecnologia e studiate in modo da valorizzare l’attrattività degli investimenti in Europa». Un’azienda al momento di accedere al mercato, puntualizza Brunello Rosa, docente di macroeconomia alla London School of Economics, «potrà scegliere se restare vincolata alle leggi del suo Paese di origine oppure scegliere questo nuovo regime». Ma, ammesso che il progetto vada in porto, a quel punto perché non gettarsi nel 28° regime senza reticenze? «A parte che varrà solo per un certo numero di settori, ci sarà sempre la possibilità che, soprattutto se sarà coinvolta la materia fiscale, un Paese offra condizioni più favorevoli. In America è proverbiale la convenienza per una società di “incorporarsi” nel Delaware eppure c’è chi lo evita: in Europa i candidati a scavalcare il nuovo regime potrebbero essere Lussemburgo o Irlanda».

Il 28° regime riguarderà con il suo schema semplificato il diritto commerciale, le procedure esecutive, quelle fallimentari, la proprietà intellettuale. Soprattutto, sarà uno e uno solo evitando gli slalom fra le 27 burocrazie e autorità di controllo. L’auspicio è che sovverta la pratica corrente per cui una start-up (alle quali è soprattutto rivolta l’iniziativa compresa la seconda fase dello scale-up) ricorre al mercato finanziario americano. Né è invogliato un gruppo internazionale a investire in Europa, mentre i fondi d’investimento si ritrovano privi di risorse malgrado le potenzialità del mercato europeo, la prima delle quali è appunto di essere un mercato comune: pur di non affrontare i dedali delle 27 normative intrecciate, sia i fondi che i risparmiatori finiscono col tenere inutilizzate quote consistenti di risparmi (la capacità di risparmio degli europei è quattro-cinque volte superiore a quella degli americani), in conti bancari infruttiferi o altri impegni poco “coraggiosi” e ancor meno redditizi. Nel rapporto Letta si quantificava in 33 trilioni di euro lo stock di risparmi inutilizzati, altre stime sono più prudenti ma comunque parliamo di cifre notevoli. E ogni anno, ha ricordato la presidente della Bce, Christine Lagarde, prendono la via dei fondi anglosassoni 8 trilioni di euro.

Il maxi sondaggio

Anche se sono anni che se ne parla, solo ora si fa sul serio. Dopo averla inserita nella “Bussola della competitività”, il cuore del programma per il secondo mandato di von der Leyen cominciato all’inizio di quest’anno, la Commissione ha lanciato una “call for evidence”, un maxi-sondaggio fra aziende, finanziarie, studi professionali, think-tank di tutto il continente. Aperta l’8 luglio, la “call” si è chiusa il 3 ottobre. Sono stati raccolti 879 feedback, tutti pubblicati sui siti dell’Eu, e gli uffici di Berlaymont hanno cominciato il lavoro di selezione e sintesi per distillarne un testo di una direttiva o un documento equivalente da varare nel primo semestre 2026. «Uno degli obiettivi – spiega Giampaolo Galli, direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici – è il superamento di un’altra pratica paralizzante: l’unanimità necessaria per qualsiasi provvedimento. L’esperienza dell’euro, che non coinvolge l’intera Ue, dimostra che si possono portare avanti grandi innovazioni nel campo economico secondo lo schema dei “volenterosi”, la cosiddetta “cooperazione rafforzata”». Gli economisti in genere guardano con favore all’iniziativa: «Certo, restano da risolvere molte questioni a partire da quella fiscale», riflette Angelo Baglioni dell’Università Cattolica. «Però può essere un’occasione per fissare alcuni punti controversi, come la localizzazione delle tassazioni, e questo vale per gli investimenti delle multinazionali dell’hi-tech ma anche per dare da subito una base di certezza alle nuove aziende giovani che ricorreranno a questa possibilità». Ottimista si dice anche Lorenzo Codogno, che ha la sua società di consulenza a Londra: «Serviranno ancora due-tre anni ma l’opportunità diventerà concreta, come dimostrano i silenziosi progressi che l’Ue sta compiendo in settori specifici come le cartolarizzazioni. Tanto più avrà possibilità di successo quanto più la nuova normativa si avvicinerà alla common law britannica, quella con cui più spesso chi lavora nell’impresa e nella finanza si trova ad avere a che fare».

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