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Philippe Aghion: “Transizione impossibile senza gas e nucleare”

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Dopo l’assegnazione del Premio Nobel ripubblichiamo l’intervista all’economista dello scorso maggio. “Le rinnovabili da sole non bastano, la Spagna insegna. L’Europa deve svegliarsi: investa in ricerca, fusione, idrogeno”
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La transizione verde ha bisogno dell’energia nucleare. “Dobbiamo essere aperti, in Europa non possiamo pensare di farne a meno. Le rinnovabili ci servono, ma non sono affidabili al 100 per cento: dopo il blackout della Spagna chiunque ha avuto modo di rendersene conto”. Philippe Aghion, professore al Collège de France e alla London School of Economics, parla di crescita e decrescita, del ruolo che nella transizione verde giocano la politica industriale e quella della concorrenza, e perché servono entrambe, “per evitare che, come hanno fatto le grandi aziende americane, impediscano poi ad altre imprese di entrare nel mercato, innovando a loro volta, frenando così la crescita”.

Professor Aghion, il caro energia ci impone di puntare sempre di più verso l’autonomia produttiva, e in tempi brevi. Però in molti Paesi, tra cui l’Italia, la produzione da rinnovabili arranca.

“Le rinnovabili da sole non sono la soluzione, a meno che non si voglia rischiare di rimanere intrappolati nell’ascensor…

La transizione verde ha bisogno dell’energia nucleare. “Dobbiamo essere aperti, in Europa non possiamo pensare di farne a meno. Le rinnovabili ci servono, ma non sono affidabili al 100 per cento: dopo il blackout della Spagna chiunque ha avuto modo di rendersene conto”. Philippe Aghion, professore al Collège de France e alla London School of Economics, parla di crescita e decrescita, del ruolo che nella transizione verde giocano la politica industriale e quella della concorrenza, e perché servono entrambe, “per evitare che, come hanno fatto le grandi aziende americane, impediscano poi ad altre imprese di entrare nel mercato, innovando a loro volta, frenando così la crescita”.

Professor Aghion, il caro energia ci impone di puntare sempre di più verso l’autonomia produttiva, e in tempi brevi. Però in molti Paesi, tra cui l’Italia, la produzione da rinnovabili arranca.

“Le rinnovabili da sole non sono la soluzione, a meno che non si voglia rischiare di rimanere intrappolati nell’ascensore, come è successo in Spagna tre settimane fa. A me non piacerebbe, io soffro di claustrofobia… Abbiamo bisogno di un mix energetico, che non può escludere neanche il gas naturale, e sicuramente deve includere il nucleare”.

Diversi Paesi Ue, a cominciare dalla Germania, non ne sono così tanto convinti. In Italia il governo lo sostiene, ma ci sono ancora orientamenti molto contrari.

“Le rinnovabili sono molto importanti, e non dico che dal nucleare debba arrivarci tutta l’energia che ci serve, ma decidere di farne completamente a meno è da irresponsabili. Tra l’altro adesso stiamo ancora utilizzando la fissione nucleare, in futuro ci sarà anche la fusione, fonte di energia pulita: dobbiamo anzi favorire la ricerca che va in questa direzione. In Italia magari c’è il rischio di terremoti, bisogna fare attenzione a dove e come si costruiscono le centrali. E anche il gas naturale va utilizzato, è ridicolo dire che non si debba più utilizzare in futuro”.

La ricerca è uno dei punti deboli dell’Europa. Come farla diventare una strategia vincente di crescita?

“Dobbiamo investire in laboratori di ricerca che lavorino a fianco delle imprese, e che sviluppino progetti di lungo periodo, per almeno dieci anni, come stiamo facendo in Francia: è questo il miglior modo di spingere l’innovazione. E selezionare i migliori progetti dei laboratori privati”.

Possiamo riuscire a farlo anche a livello europeo?

“Come è emerso dal Rapporto Draghi, il problema dell’Unione Europea è che non abbiamo ancora un ecosistema finanziario che possa favorire l’innovazione. Non c’è ancora il mercato unico, non c’è un sistema finanziario unico, tutto è frammentato, a differenza degli Stati Uniti che hanno agenzie federali per ogni settore di ricerca. E non abbiamo neanche un vero e proprio sistema di sostegno per gli investimenti”.

E neanche abbastanza fondi per finanziarli.

“Rimangono ancora 300 miliardi del Recovery Fund: una parte, certo, verrà spesa per la difesa, ma non tutti. Una parte dovrebbe essere riservata alla ricerca”.

L’anno scorso la Ue ha varato il regolamento sulle materie prime critiche, ma finora non ha avuto un impatto significativo.

“Il problema dell’Unione Europea è che si muove davvero solo per far fronte alle emergenze. Quando c’è il covid fanno qualcosa, quando arriva Putin fanno qualcos’altro, e ora è arrivato Trump, e così si sono resi conto che gli Stati Uniti innovano, la Cina innova, e l’Europa è rimasta piuttosto indietro. L’Europa deve svegliarsi, e io sono ottimista perché vedo che la Germania si sta riprendendo, e che il Regno Unito è tornato, vuole di nuovo collaborare con noi”.

Quindi bisogna accelerare la transizione. In Italia una parte delle imprese sostiene invece che stiamo andando troppo veloci, perlomeno in alcuni settori, e che bisognerebbe rallentare.

“È vero che con la transizione energetica la Cina viene favorita per quanto riguarda i pannelli solari, ma per il resto ci sono molti altri aspetti per i quali possiamo primeggiare, a cominciare dall’idrogeno: basta puntare sulla ricerca e fare innovazione. Per esempio sulle batterie siamo già a buon punto, abbiamo ottimi scienziati, possiamo puntarci! E anche sulla ricerca sul clima, soprattutto adesso che gli Stati Uniti la stanno lasciando indietro. Sono tante le cose che possiamo fare”.

Quindi lei non ritiene che si stia andando troppo veloci sulla transizione?

“No, per nulla. Non è il momento di rallentare, non vogliamo certo tornare al gas russo! Anche se non è detto che tutti i Paesi debbano andare con la stessa velocità”.

E per i progetti che invece devono per forza essere europei?

“Potremmo creare un’istituzione ad hoc, una banca per lo sviluppo, come la Banca Mondiale, che metta a disposizione dei grandi progetti finanziamenti pubblici e privati. Io credo molto nel cofinanziamento, è così che in Francia abbiamo costruito le ferrovie”.

Lei è un sostenitore della “distruzione creativa”. Come favorirla in Europa?

“La distruzione creativa, che permette alle aziende fortemente innovatrici di affermarsi, scalzando i vecchi modelli produttivi, è vitale, ma bisogna anche garantire l’inclusione, evitando che chi ha successo nel mercato impedisca alle nuove imprese di entrarvi, e di innovare a loro volta. E poi bisogna puntare sull’istruzione”.

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