ROMA - Sul tavolo del Consiglio dei ministri arriva la manovra incompiuta. “Aperta”, come l’ha definita alla vigilia il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Appesa al contributo delle banche, il tassello che manca per chiudere le coperture. Attraversata dalle tensioni dentro la maggioranza, come quelle tra Forza Italia e Lega.
Ecco perché oggi la legge di bilancio farà giusto un giro veloce a Palazzo Chigi. Il Cdm approverà solo il Documento programmatico di bilancio (Dpb), le tabelle della Finanziaria.
Prima i leader della maggioranza si rivedranno per discutere della legge di spesa: il via libera non può tardare più di tanto perché il testo dovrà essere approvato e poi trasmesso al Parlamento entro il 20. Si ripartirà dall’esito del vertice notturno che tra domenica e lunedì ha turbato la cena a base di spigole e involtini di carne a casa di Giorgia Meloni: Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno discusso animatamente della sanatoria fiscale.
Nelle ultime ore ha preso forma un possibile compromesso: fino a 54 rate bimestrali (9 anni) e accesso negato agli evasori totali. Ma la misura è ancora aperta: si valuta un acconto del 5%.
La soluzione finale della rottamazione, così come di altre misure, è appesa alle risorse. È qui che entra in gioco il contributo delle banche. Dopo una giornata di trattative tra le parti, un comitato esecutivo serale dell’Abi ha visionato le misure per “digerirle” al meglio e così portare nelle casse dell’erario circa 4 miliardi.
Alla cifra si arriva con due misure. La principale, come anticipato da Repubblica, sarebbe una riduzione dell’aliquota, dal 40% al 26%, della tassa sugli extraprofitti 2023. Quel prelievo, che stimava 2,5 miliardi di maggior gettito per l’incremento dei margini d’interesse bancari 2022 e 2023 dopo i rialzi dei tassi Bce, fu poi integrato (e di fatto annullato) con la possibilità di non versarlo, se le banche avessero accantonato riserve per 2,5 volte l’imposta dovuta. Cosa che tutte fecero.
La norma stabiliva un’aliquota del 40% per liberare quelle riserve e distribuirle agli azionisti.
Ora il governo starebbe limando al 26% l’aliquota, con un doppio vantaggio: da un lato, ottenere il pagamento di 1,61 miliardi dalle banche per liberare quei 6,2 miliardi di utili, dall’altro incassare altri 1,2 miliardi per la tassazione dei 4,6 miliardi di dividendi (su cui si paga identico 26%). In tutto circa 2,8 miliardi. L’operazione è di “tassazione differita”: gli istituti che l’anno scorso non pagarono la tassa extraprofitti ora sarebbero incentivati a (ri)trasformare la riserva in dividendo.
Il nuovo introito dovrebbe sommarsi agli 1,3 miliardi dal rinvio delle deduzioni per le imposte differite attive (Dta) concordato l’anno scorso su crediti fiscali per 3,4 miliardi: 2,1 legati al 2025, altri 1,3 sul 2026. "Le banche, quando sono state coinvolte, anche in operazioni di carattere solidaristico, non hanno mai negato il loro contributo”, annota il segretario generale della Fabi, Lando Sileoni, stimando 15-16 miliardi di dividendi bancari l’anno prossimo