✕

De Palma (Fiom): “Lo Stato deve decarbonizzare l’ex Ilva. Ma il governo non ascolta”

Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil 

Ascolta l'audio

Intervista al segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, che spiega: “Il ministero si è arroccato sulla gara anche se le offerte mettono a rischio migliaia di posti e l’unità del gruppo. Torniamo al piano firmato ad agosto”
2 minuti di lettura

ROMA – Pensavamo di esserci lasciati il peggio alle spalle, ma non è così». Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil, riflette sulla situazione dell’ex Ilva alla vigilia dello sciopero di oggi proclamato da Fim, Fiom e Uilm.

Qual è stato il peggio a cui si riferisce?

«La gestione Mittal della ex Ilva. Quando il gruppo indiano, dopo che non ha rispettato piano e gli accordi, ha lasciato si è aperto un percorso nuovo con i commissari e con il governo, una strada per rilanciare il sistema siderurgico. Poi il black-out».

Cosa intende?

«Il 12 di agosto c’è stata un’intesa tra governo, Regione e Comune di Taranto. Il governo ha scelto di imboccare la strada della gara senza aver portato a compimento il piano di ripartenza e senza una gar…

ROMA – Pensavamo di esserci lasciati il peggio alle spalle, ma non è così». Michele De Palma, segretario generale della Fiom-Cgil, riflette sulla situazione dell’ex Ilva alla vigilia dello sciopero di oggi proclamato da Fim, Fiom e Uilm.

Qual è stato il peggio a cui si riferisce?

«La gestione Mittal della ex Ilva. Quando il gruppo indiano, dopo che non ha rispettato piano e gli accordi, ha lasciato si è aperto un percorso nuovo con i commissari e con il governo, una strada per rilanciare il sistema siderurgico. Poi il black-out».

Cosa intende?

«Il 12 di agosto c’è stata un’intesa tra governo, Regione e Comune di Taranto. Il governo ha scelto di imboccare la strada della gara senza aver portato a compimento il piano di ripartenza e senza una garanzia pubblica. C’è stato l’incidente all’altoforno 1 con pesanti effetti. Entro giugno si sarebbe dovuta chiudere la gara. Registro che siamo a ottobre».

Cosa è venuto meno?

«Il confronto. Da agosto si è annullato. Il Mimit si è arroccato. L’Italia ha bisogno dell’acciaio dell’ex Ilva».

L’Ilva genera solo perdite, però. Cosa suggerite?

«Va realizzato il piano condiviso con i commissari e il governo che prevede quattro forni elettrici, di cui tre a Taranto e uno a Genova, i Dri e gli investimenti sulle verticalizzazioni. E invece, da quanto apprendiamo dalla stampa, sono pervenute offerte di acquisto inaccettabili: metterebbero a rischio l’unità del gruppo e migliaia di posti di lavoro, anche nell’indotto. Il governo si assuma la sue responsabilità».

Vuole la nazionalizzazione?

«C’è anche un’altra opzione. Lo Stato deve costruire un ponte per portare a termine il processo di decarbonizzazione. Ha già messo centinaia di milioni. E ne metterà ancora. A questo punto gestisca il processo per la messa in sicurezza, non solo attraverso Cdp e Invitalia, ma con la partecipazione delle grandi imprese pubbliche. Intervenga Meloni per dare risposte a cittadini, lavoratori e sistema industriale».

È ripreso il confronto sul rinnovo del contratto. È la volta buona?

«Dopo 40 ore di sciopero deve essere la volta buona. Vogliamo aumentare il salario confermando che il nostro è l’unico contratto che prevede l’adeguamento della paga base all’indice Ipca-Nei e che di fronte a innovazioni, come abbiamo fatto con l’inquadramento, si determini un aumento ulteriore. Questa strada va mantenuta perché è di interesse comune».

I 2 miliardi messi dal governo per la detassazione degli aumenti contrattuali possono aiutare? La misura vi convince?

«Distinguiamo. Il rinnovo del contratto è oggetto della contrattazione in corso tra le parti. In passato gli aumenti del contratto sono stati impoveriti dal fiscal drag. La detassazione degli aumenti del contratto nazionale è quello che abbiamo chiesto anche nei procedenti rinnovi. Inoltre, per noi la strada è quella di detassare anche la riduzione dell’orario di lavoro e la formazione, anziché gli straordinari. In questo modo si aumenterebbe il salario e la base occupazionale».

Lunedì incontrerà per la prima volta l’ad di Stellantis Filosa. Che cosa chiederà?

«L’ad sta affrontando una situazione traumatica, ereditata dalla precedente gestione fallimentare. Il 2025 si chiuderà con 200 mila vetture prodotte e il 60% degli addetti in cassa integrazione. A Filosa chiederò se c’è un piano di salvataggio del sistema di ricerca, sviluppo e produzione in Italia a partire dai modelli mass market. E vogliamo fare un accordo per un piano reale che garantisca impianti e occupazione. Per realizzarlo servono investimenti: negli Usa 13 miliardi, e da noi?».

Leggi i commenti