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L’economia in nero sfiora i 217 miliardi. Oltre 3 milioni i lavoratori irregolari

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Il sommerso pesa per 198 miliardi, mentre le attività illegali per altri 20. Lo rileva l’Istat sui dati del 2023
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ROMA – Se il Pil italiano stenta, e si limita ad aumenti nell’ordine dello zero virgola, in compenso ci sono settori produttivi che mostrano una crescita a due cifre. Il valore aggiunto generato dal lavoro irregolare nel 2023 ha segnato una crescita dell’11,3%, corrispondenti a 7,8 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Nel complesso il valore aggiunto prodotto dall’economia non osservata, che corrisponde alla somma dell’economia sommersa e delle attività illegali, si è attestato a 217,5 miliardi di euro, con una crescita del 7,5% rispetto al 2022: significa poco più di 15 miliardi, quasi il valore della legge di Bilancio appena messa a punto dal governo per il 2026. E quindi l’incidenza dell’economia non osservata sul Pil, rileva l’Istat, è lievemente aumentata, passando al 10,2%, dal 10,1% del 2022.

ROMA – Se il Pil italiano stenta, e si limita ad aumenti nell’ordine dello zero virgola, in compenso ci sono settori produttivi che mostrano una crescita a due cifre. Il valore aggiunto generato dal lavoro irregolare nel 2023 ha segnato una crescita dell’11,3%, corrispondenti a 7,8 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Nel complesso il valore aggiunto prodotto dall’economia non osservata, che corrisponde alla somma dell’economia sommersa e delle attività illegali, si è attestato a 217,5 miliardi di euro, con una crescita del 7,5% rispetto al 2022: significa poco più di 15 miliardi, quasi il valore della legge di Bilancio appena messa a punto dal governo per il 2026. E quindi l’incidenza dell’economia non osservata sul Pil, rileva l’Istat, è lievemente aumentata, passando al 10,2%, dal 10,1% del 2022.

Il valore in più prodotto nel 2023 è da attribuirsi quasi per intero al sommerso, che cresce a tassi molto più consistenti rispetto alle attività illegali. Il sommerso è salito infatti dell’8,2% pari a 14,9 miliardi in più, mentre le attività illegali segnano una crescita dell’1% ( 200 milioni di euro in più).

Un sistema florido e in forte crescita

Dai dati pubblicati dall’Istituto di statistica emerge un sistema florido, e in pieno sviluppo. Con oltre 145 mila lavoratori in nero in più rispetto al 2022, le unità di lavoro irregolare arrivano a 3 milioni 132 mila. Significa il doppio dei disoccupati, e oltre un quarto degli inattivi: il valore da loro prodotto ammonta a 77,2 miliardi. Mentre le “sotto-dichiarazioni”, cioè i profitti non dichiarati dalle imprese, valgono oltre 108 miliardi. Se si aggiungono anche gli affitti in nero e le mance si arriva a 198 miliardi di euro. Vale molto meno l’economia illegale, quasi 20 miliardi, ma solo perché la statistica fa la stima del valore di alcune delle attività vietate dalla legge e cioè produzione e commercio di stupefacenti, servizi di prostituzione e contrabbando di tabacco.

L’economia sommersa non si distribuisce in modo uniforme in tutti i settori produttivi, ma si concentra nei servizi alle persone (che includono il lavoro domestico, dove oltre la metà di colf e badanti lavora in nero), nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione e nelle costruzioni. Nel 2023 è diminuita la quota dell’agricoltura e delle costruzioni, ed è invece cresciuta per i servizi alle persone, commercio, alloggi e ristorazione. Per quanto riguarda in particolare il lavoro sommerso, oltre ai settori dei servizi campeggia l’agricoltura, mentre per i comparti industriali l’Istat rileva cifre molto basse.

L’allarme dei sindacati

Il lavoro nero, rileva l’Istat, cresce più rapidamente di quello regolare. E quindi dopo cinque anni di calo consecutivo, il tasso di irregolarità è aumentato di nuovo nel 2025, passando dal 12,5% del 2022 al 12,7%. Un dato che suscita preoccupazione: la Uil parla di un «segnale d’allarme», ricordando come «il lavoro sommerso danneggia lavoratrici e lavoratori, crea lavoro povero, altera la concorrenza tra imprese, erode le risorse pubbliche e mina la sicurezza sul lavoro». Anche la Cgil sottolinea come dai dati Istat emerga «un fenomeno che riflette un grave peggioramento dei diritti e delle tutele come della crescita della concorrenza sleale verso le tante imprese serie che rispettano leggi e contratti». I dati Istat, rileva la senatrice di Italia Viva Annamaria Furlan, «sono la misura di un’Italia che si allontana dalla legalità, dalla dignità del lavoro e da un modello di crescita sostenibile».

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