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Scintille con i banchieri. Poi la chiamata di Meloni: “Dovete contribuire”

(ansa)

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Vertice delle tensioni con Tajani che esclude interventi “sovietici” sugli extraprofitti. E Giorgetti: “Credevo nel miracolo”
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ROMA - È Giorgia Meloni ad alzare il telefono. Lo fa a sera, durante il vertice con i leader di maggioranza a Palazzo Chigi. È il sigillo al patto di governo. L’ultima offerta della presidente del Consiglio alle banche. Chiama i vertici dell’Abi. Illustra le norme, qualcosa lima e qualcosa cancella per dimostrare volontà di dialogo, ma alla fine fa capire che la trattativa è conclusa: “Capisco la difficoltà - è il senso del suo ragionamento - ma qualcosa dovete dare anche voi”.

Le risorse arriveranno dall’aumento dell’Irap e da un ritocco dell’obolo da pagare per sbloccare le riserve. In ogni caso, tasse. "Sono vincolate alla sanità”, fa presente la leader. Il travaso aiuta Forza Italia a digerire la novità, visto che da giorni chiede un aumento delle risorse per medici e ospedali.

ROMA - È Giorgia Meloni ad alzare il telefono. Lo fa a sera, durante il vertice con i leader di maggioranza a Palazzo Chigi. È il sigillo al patto di governo. L’ultima offerta della presidente del Consiglio alle banche. Chiama i vertici dell’Abi. Illustra le norme, qualcosa lima e qualcosa cancella per dimostrare volontà di dialogo, ma alla fine fa capire che la trattativa è conclusa: “Capisco la difficoltà - è il senso del suo ragionamento - ma qualcosa dovete dare anche voi”.

Le risorse arriveranno dall’aumento dell’Irap e da un ritocco dell’obolo da pagare per sbloccare le riserve. In ogni caso, tasse. "Sono vincolate alla sanità”, fa presente la leader. Il travaso aiuta Forza Italia a digerire la novità, visto che da giorni chiede un aumento delle risorse per medici e ospedali.

Partita chiusa. Ma comunque una sfida che lascia scorie, perché arriva al termine di una giornata vissuta pericolosamente. Ad aprire le ostilità è Antonio Tajani, al mattino. Consapevole che la difesa delle banche trova il sostegno anche della famiglia Berlusconi. L’azzurro detta un comunicato in cui spiega che il partito “non voterà né in consiglio dei ministri, né in Parlamento alcuna tassa sugli extraprofitti”, poiché rappresenta una «imposizione autoritaria che spaventa i mercati e crea un grave danno economico all’Italia”.

Non contento, poco dopo aggiunge un argomento corrosivo: "Giorgetti mi ha assicurato che non ci sarà alcuna tassa del genere, è un concetto un po’ da Unione sovietica”.

In realtà, il leader di Forza Italia conosce già il punto di caduta, quello che sarà sancito a sera. Da giorni si confronta con Palazzo Chigi per arrivare a una composizione. Per rendere meno indigeste le misure, si intesta la battaglia contro gli extraprofitti. Ma gli istituti di credito e le assicurazioni, in un modo o nell’altro, dovranno comunque lasciare 4,4 miliardi sul piatto della finanziaria. Senza, ripete da giorni il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, la manovra non si tiene in piedi.

E d’altra parte, sul piano politico, Meloni non vuole e non può arretrare. Per chiarirlo a tutti, lancia un segnale ruvido: convoca per l’indomani alle 11 il consiglio dei ministri per il via libera alla manovra, con un annuncio ufficiale che arriva trenta secondi prima di aprire il vertice con i leader di maggioranza. Come a dire a Forza Italia: l’intesa si chiude stasera, meglio un compromesso che nessun accordo. È chiaramente un segnale rivolto anche agli istituti di credito, che per tutto il giorno avevano trasmesso il proprio malcontento all’esecutivo.

È un fastidio che arriva fin dentro Palazzo Chigi. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina - si apprende da fonti dell’esecutivo - si fa interprete della ragioni dei principali gruppi bancari italiani rispetto alle ipotesi di tassare gli extraprofitti. Il manager entra in contatto con i vertici del governo. E li mette in guardia dal rischio di procedere con un metodo e un progetto che - è la sintesi del suo messaggio - rischiano di essere autolesionistici, perché in grado di danneggiare l’intero sistema del credito.

Tutto viene rimandato al vertice serale. Per questo, alle sei del pomeriggio, la macchina del ministero dell’Economia si paralizza. Il “bozzone” della manovra, quello a cui i tecnici lavorano da settimane, finisce congelato per esplicito ordine politico. La parte fiscale, quella che contiene il capitolo della tassazione sulle banche, resta appesa al via libera di FI.

Si valuta anche un piano d’emergenza, nel caso in cui Meloni non riuscisse a chiudere il dossier: senza l’intesa, la legge di bilancio verrebbe comunque approvata nel consiglio dei ministri previsto per oggi, indicando soltanto i saldi (e non le norme) nella parte dedicata a banche e assicurazioni. Un via libera “salvo intese”. Per comprare tempo e permettere al governo di limare la bozza fino a lunedì, data ultima per l’invio in Parlamento, ma senza costringere l’esecutivo e la presidente del Consiglio alla mortificazione di convocare un nuovo cdm.

L’accordo, obbligato, viene sancito in poco più di un’ora. Inevitabile anche per Tajani, conscio che difendere a oltranza le banche non garantisce in questa fase un ritorno di consenso nel Paese. Con i suoi, dunque, mostra soddisfazione. “Non ci sono tasse sugli extraprofitti, anche perché la Costituzione vieta una tassazione particolare per una singola categoria di contribuente. Altra cosa è un contributo volontario”.

E però, il leader di FI deve anche accettare l’aumento dell’Irap, una misura strutturale che certo non piacerà all’Abi. E Giorgetti? Il ministro è sollevato. Ha tutte le risorse per chiudere la legge di bilancio. E prima di imbarcarsi da Washington sul volo che lo riporterà a Roma, mostra fede: "Ho detto che voi non credete ai miracoli, invece io ci credo...”. E i dettagli? “Quelli - sorride - li scriverò in aereo”.

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