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OpenAI come Willy il Coyote. Il grande dubbio dietro il volo dell’IA: sarà vera gloria o scoppierà?

(reuters)

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Gli investimenti negli algoritmi sono stati la vera ancora di salvataggio per il Pil americano. Ma l’euforia della Borsa e il ricorso al credito da parte dei protagonisti sono campanelli d’allarme preoccupanti
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Bolla o non bolla? La corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale, in effetti, tiene in piedi un circolo miracoloso per cui il boom della borsa americana innesca la marcia del Pil e diventa il pilastro più solido di una presidenza Trump, fin troppo portata, per altro verso, all’avventura. Ma è la corsa nel vuoto di Willy il Coyote, la vittima designata dei cartoni animati, destinato a schiantarsi al suolo, non appena la realtà si sarà fatta strada? Siamo di fronte ad una bolla come quella delle dot.com anno 2000? In questi giorni di vertici e colloqui, ai margini dell’assemblea del Fondo monetario internazionale, si avverte un nervosismo palpabile, evocato dallo spettro di un crack, insieme finanziario ed economico.

L’intelligenza artificiale, infatti, in questi mesi, non è un aspetto dell’economia americana, ma ne è il traino quasi esclusivo. Gli investimenti in tecnologia, da soli, rappresentano in questo momento il 92 per cento della sua espansione. Detta in altro modo, s…

Bolla o non bolla? La corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale, in effetti, tiene in piedi un circolo miracoloso per cui il boom della borsa americana innesca la marcia del Pil e diventa il pilastro più solido di una presidenza Trump, fin troppo portata, per altro verso, all’avventura. Ma è la corsa nel vuoto di Willy il Coyote, la vittima designata dei cartoni animati, destinato a schiantarsi al suolo, non appena la realtà si sarà fatta strada? Siamo di fronte ad una bolla come quella delle dot.com anno 2000? In questi giorni di vertici e colloqui, ai margini dell’assemblea del Fondo monetario internazionale, si avverte un nervosismo palpabile, evocato dallo spettro di un crack, insieme finanziario ed economico.

L’intelligenza artificiale, infatti, in questi mesi, non è un aspetto dell’economia americana, ma ne è il traino quasi esclusivo. Gli investimenti in tecnologia, da soli, rappresentano in questo momento il 92 per cento della sua espansione. Detta in altro modo, senza gli investimenti nell’Ia, il Pil americano, negli ultimi sei mesi, sarebbe cresciuto solo dello 0,1 per cento. E, probabilmente, queste cifre sottovalutano il ruolo dell’intelligenza artificiale.

La promessa del superrobot, infatti, è il motore del boom della Borsa americana. L’80 per cento della crescita degli indici nel corso di quest’anno è tutto merito dei titoli di Big Tech. E i record della Borsa hanno arricchito i già ricchi: il 10 per cento degli americani più abbienti, infatti, possiede l’85 per cento delle azioni. E, siccome ricchi e straricchi assicurano il 50 per cento della spesa per consumi, borsa ricca uguale consumi grassi. Ripercorsa a rovescio, un oscurarsi della promessa dell’intelligenza artificiale comporterebbe un crollo delle quotazioni, dunque sia degli investimenti che dei consumi e una conseguente gelata del Pil.

E, allora, la promessa si può oscurare? Dipende di quali tempi stiamo parlando. Quasi certamente, l’Ia è la grande carta del futuro, ma, come avvenne per Internet, è difficile individuare oggi quali saranno i vincitori. E, soprattutto, almeno per una decina d’anni, inutile parlare di profitti. Il Massachussetts Institute of Technology (il Mit) ha interrogato 52 aziende e organizzazioni che hanno recentemente investito nell’intelligenza artificiale. Risultato? Spesi 30-40 miliardi di dollari, distribuiti su 300 progetti e profitti zero. Gli stessi protagonisti della corsa dell’Ia riconoscono di continuare ad investire, soprattutto per non farsi scavalcare, in prospettiva futura, dagli altri, non per guadagnare ora.

La controprova dell’inquietudine dei giganti di Big Tech è il ricorso sempre più frequente a rastrellare credito, per decine di miliardi di dollari, direttamente da investitori privati, così da non dover giustificare a bilancio il debito, di fronte agli azionisti, perché, formalmente, questi “special purpose vehicles” (ahi, di gran moda ai tempi della crisi dei subprime) non rientrano nel perimetro societario. La Oracle di Larry Ellison, solo negli ultimi mesi, ha messo insieme, in questo modo, fondi per 18 miliardi di dollari. La Meta di Zuckerberg per 29 miliardi.

Chi più ricorda la corsa di Willy il Coyote è OpenAi, la culla di ChatGPT, da cui tutto è partito. OpenAi incasserà quest’anno 13 miliardi di dollari, ma ha firmato un accordo con Oracle per investire 60 miliardi di dollari l’anno, per i prossimi cinque anni, spencolandosi non poco. OpenAI potrebbe, d’altra parte, smentire i (pochi) scettici con qualche altro passo avanti sulla strada dell’intelligenza artificiale. Ma scienza e tecnologia non funzionano così, con un percorso lineare sempre più in alto e i progressi non sono scontati. All’inizio dell’estate, un rapporto uscito dai laboratori di Apple sosteneva che le capacità dei robot dell’intelligenza artificiale potrebbero essere meno sofisticate di quanto si pensi. I ricercatori, prospetta il rapporto, potrebbero essere caduti in una trappola costruita con le loro stesse mani: la contaminazione dei dati.

In altre parole, nel corso dell’addestramento dei modelli di Ia verrebbero sostanzialmente forniti anche i dati che già contengono le risposte ai quesiti che poi verranno posti nei test. Un po’ come dare prima dell’esame ad uno studente le risposte. Quanto reggerebbe il boom di borsa dell’Intelligenza artificiale, se i dubbi sulle capacità effettive di apprendere e generalizzare dei modelli venissero confermati? Tutto questo da Apple. Scorre veleno nell’Olimpo di Big Tech.

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