Un autorevole studioso l’ha battezzata “germanosclerosi”. La maggiore economia europea, sostiene il capo dell’IW Michael Hüther, è sprofondata in una crisi strutturale che sta mettendo in discussione i pilastri che per decenni ne hanno garantito il successo. «Una consistente ripresa della crescita» che si registrerà nei prossimi anni sarà dunque spinta «soprattutto da enormi investimenti pubblici», segnatamente «da quelli nelle infrastrutture a quelli nella difesa», ha ammesso anche la ministra dell’Economia Katherina Reiche (Cdu). Una crescita che sarà drogata, in sostanza, dal maxi piano di stimolo promesso in deroga al freno al debito dal governo Merz. Oltre mille miliardi di euro in dodici anni che saranno spesi, secondo i piani dell’esecutivo targato Cdu-Spd, in infrastrutture e difesa.
Intanto il combinato disposto degli sconti sulle bollette energetiche delle aziende, degli sgravi fiscali, della riduzione dell’Iva per i ristoranti al 7% e degli stimoli che varranno 9 miliardi q…
Un autorevole studioso l’ha battezzata “germanosclerosi”. La maggiore economia europea, sostiene il capo dell’IW Michael Hüther, è sprofondata in una crisi strutturale che sta mettendo in discussione i pilastri che per decenni ne hanno garantito il successo. «Una consistente ripresa della crescita» che si registrerà nei prossimi anni sarà dunque spinta «soprattutto da enormi investimenti pubblici», segnatamente «da quelli nelle infrastrutture a quelli nella difesa», ha ammesso anche la ministra dell’Economia Katherina Reiche (Cdu). Una crescita che sarà drogata, in sostanza, dal maxi piano di stimolo promesso in deroga al freno al debito dal governo Merz. Oltre mille miliardi di euro in dodici anni che saranno spesi, secondo i piani dell’esecutivo targato Cdu-Spd, in infrastrutture e difesa.
Intanto il combinato disposto degli sconti sulle bollette energetiche delle aziende, degli sgravi fiscali, della riduzione dell’Iva per i ristoranti al 7% e degli stimoli che varranno 9 miliardi quest’anno per accelerare a 38 miliardi l’anno prossimo, dovrebbero regalare una spinta tale da «tirare fuori la Germania dalla crisi», scrive invece l’Ifo di Monaco. Ma restano le sfide strutturali come la crisi dell’auto, l’eccessiva dipendenza della Germania dal traino delle esportazioni, messe a dura prova dall’indebolimento della Cina e dai dazi di Donald Trump, e un sistema sclerotizzato da un’enorme burocrazia e da cronici ritardi sullo sviluppo digitale.
Le previsioni del governo
Il governo ha presentato a inizio ottobre le nuove previsioni del Pil: dopo due anni di recessione, quest’anno il ritmo sarà ancora strisciante (0,2%). Nel 2026 arriveranno gli effetti dei maxi piani di stimolo e la crescita accelererà all’1,3%, nel 2027 all’1,4%. Ma Reiche ha puntualizzato che «dobbiamo combattere».
E il Fondo monetario internazionale, che teme ricadute pesanti dei dazi di Donald Trump e delle incertezze geopolitiche sull’economia globale, è più pessimista di Reiche: in questi giorni ha rivisto le stime e per l’anno prossimo prevede un ritmo più basso per la Germania di quello preventivato da Berlino: lo 0,2% quest’anno e solo lo 0,9% per l’anno prossimo.
La differenza sta nell’ottimismo del governo Merz su una possibile ripresa della domanda interna, che il Fmi ma anche molti economisti tedeschi non condividono. Il raffreddamento dei prezzi, la ripresa dell’occupazione e gli aumenti in busta paga e alcuni sgravi fiscali dovrebbero migliorare i margini di spesa per le famiglie, è convinta la ministra dell’Economia Reiche.
Ma Hüther pensa, al contrario, che gli investimenti continueranno a languire e che i recenti picchi nei dati sulla disoccupazione, che durante l’estate hanno temporaneamente superato quota tre milioni, renderanno anche i consumatori più prudenti. «Abbiamo un problema strutturale. E un breve fuoco d’artificio congiunturale non ci aiuterà molto», sottolinea l’economista dell’IW.
A inizio ottobre il Financial Times ha calcolato, in base ai dati pubblicati dall’Istituto federale di statistica, che ad agosto la produzione industriale della maggiore economia europea, depurata dalle tempeste contingenti degli ultimi anni e dai crolli della pandemia, è tornata ai livelli del 2005. È 20 punti al di sotto dei picchi pre-covid. E se si guarda al cuore del manifatturiero tedesco, al settore dell’auto, siamo addirittura ai livelli minimi dal 2000.
L’industria senza costruzioni
Sulla crisi dell’auto e gli enormi ritardi accumulati dall’industria tedesca nello sviluppo e la diffusione del motore elettrico il governo Merz sta cercando di correre ai ripari in vista di una riunione importante a Bruxelles in cui si parlerà dell’obiettivo “zero emissioni” nel 2035, ossia della fine del motore a combustione.
La Cdu di Friedrich Merz e la Csu di Markus Söder vorrebbero, tout court, cancellare quella scadenza; dopo una maratona di vertici di maggioranza e con le parti sociali, la Spd ha acconsentito a negoziare con la Commissione Ue delle eccezioni per ottenere che anche oltre quella data vengano prodotti modelli ibridi e che si possano utilizzare carburanti cosiddetti verdi come gli e-fuel. Ma nel governo si continua ancora a cercare una soluzione.
Intanto i dati parlano chiaro: la Germania è lontanissima dall’obiettivo di 15 milioni di vetture elettriche entro il 2030 che si era prefissato il precedente governo Scholz. Attualmente ne circolano poco più di un decimo, 1,7 milioni (più 3,7 milioni di ibride) su un totale di 49 milioni di vetture.
Il rischio per Stoccarda
La crisi del settore è talmente pesante che una recente inchiesta della Sueddeutsche Zeitung è arrivata alla conclusione che Stoccarda, il capoluogo dell’”Autoland” Baden-Wuerttemberg, sede storica di Mercedes, Porsche, Bosch o Mahle, rischia di «fare la fine di Detroit», la città-simbolo dell’ascesa e declino dell’auto americana. Circa duecentoquarantamila posti di lavoro, uno su cinque, dipendono dal settore, nella regione sudorientale della Germania. E gli ultimi dati sui tagli occupazionali, al livello federale, non ispirano certo ottimismo. In un solo anno sono spariti cinquantamila posti di lavoro nell’automotive tedesco.
Un presagio di quello che potrebbe succedere nei prossimi, se i big dell’auto non recupereranno i colpevoli ritardi accumulati nella rivoluzione tecnologica verso i motori “puliti”.