ROMA – Dal lavoro degli immigrati arriva il 9% del Pil, e danno anche un contributo positivo alla natalità (quasi 10 nati ogni 1.000 abitanti, contro i 6,1 degli italiani). Sono inoltre molto attivi dal punto di vista imprenditoriale: tra il 2014 e il 2024 le aziende aperte da un cittadino straniero o di origine straniera in Italia sono aumentate del 24,4%, mentre gli italiani sono diminuiti del 5,7%. Poiché gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani, il loro contributo al fisco è positivo: incidono poco sulla spesa pubblica. E riescono anche a dare un significativo aiuto ai loro Paesi di origine: nel 2024 i lavoratori stranieri hanno inviato alle loro famiglie, all’estero, 8,3 miliardi di euro. Sono i principali dati che emergono dal Rapporto Annuale 2025 sull’Economia dell’immigrazione, curato dalla Fondazione Leone Moressa, con il sostegno della Cgia di Mestre, e presentato stamane al Cnel.
ROMA – Dal lavoro degli immigrati arriva il 9% del Pil, e danno anche un contributo positivo alla natalità (quasi 10 nati ogni 1.000 abitanti, contro i 6,1 degli italiani). Sono inoltre molto attivi dal punto di vista imprenditoriale: tra il 2014 e il 2024 le aziende aperte da un cittadino straniero o di origine straniera in Italia sono aumentate del 24,4%, mentre gli italiani sono diminuiti del 5,7%. Poiché gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani, il loro contributo al fisco è positivo: incidono poco sulla spesa pubblica. E riescono anche a dare un significativo aiuto ai loro Paesi di origine: nel 2024 i lavoratori stranieri hanno inviato alle loro famiglie, all’estero, 8,3 miliardi di euro. Sono i principali dati che emergono dal Rapporto Annuale 2025 sull’Economia dell’immigrazione, curato dalla Fondazione Leone Moressa, con il sostegno della Cgia di Mestre, e presentato stamane al Cnel.
Quasi 7 milioni di stranieri in Italia
In Italia vivono 6,7 milioni di stranieri, l’11,3% della popolazione, numero che include anche chi ha la cittadinanza italiana, se è nato all’estero. Ogni anno circa 200 mila stranieri residenti acquisiscono la cittadinanza. Nonostante il tasso di natalità degli stranieri in Italia non sia più quello di 20 anni fa, gli immigrati continuano a dare un contributo positivo alla demografia italiana. Attualmente il loro tasso di natalità si attesta comunque a 9,9 nati ogni mille abitanti, contro i 6,1 degli italiani). Anche il tasso di natalità è più basso, per via dell’età media: nel 2023, ad esempio, gli italiani sono diminuiti di 385 mila unità, mentre gli stranieri sono aumentati di 375 mila. Tra gli stranieri, solo il 6% ha più di 64 anni, mentre tra gli italiani questa componente arriva al 26%.
Picchi del 18% per il valore aggiunto
Gli occupati stranieri sono 2,51 milioni (10,5%) ma si sale a 3,65 milioni considerando il Paese di nascita (15,2%) di chi ha già acquisito la cittadinanza. I lavoratori stranieri producono 177 miliardi di valore aggiunto, dando un contributo al Pil pari al 9%, con picchi del 18,0% in agricoltura e del 16,4% nelle costruzioni. Ma il fabbisogno è ancora superiore: secondo le previsioni Unioncamere – Excelsior, nel quinquennio 2024-2028 le imprese italiane avranno bisogno di 3 milioni di nuovi occupati nel settore privato, di cui 640 mila immigrati (21,3%). Nelle regioni del Centro-Nord la percentuale di immigrati sul fabbisogno totale supera il 25%, con punte del 31% in Toscana e Trentino Alto Adige.
Irpef più bassa
Gli stranieri danno un contributo netto positivo al bilancio dello Stato, nonostante i loro stipendi siano mediamente più bassi di quelli degli italiani, e quindi la loro Irpef si fermi di solito a uno scaglione inferiore. Se infatti l’aliquota media dei lavoratori nati in Italia è al 18,8%, quella degli stranieri è al 14,4%. Il saldo delle entrate e delle uscite tra tasse e contributi pubblici è positivo per 1,2 miliardi.
Boom di imprese straniere
Nel 2024 si sono registrati 787 mila imprenditori stranieri in più (il 10,6% del totale). In dieci anni (2014-24), gli imprenditori immigrati sono cresciuti del 24,4%) mentre gli italiani sono diminuiti del 5,7%. Incidenza più alta al Centro-Nord e nei settori di costruzioni, commercio e ristorazione.