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Le banche europee non riescono a unirsi: ecco il peso del no italiano al Mes

Dominique Laboureix dirige il Single resultion board, l'agenzia europea che insieme a quelle nazionali si occupa della ristrutturazione delle banche in dissesto

 

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Dopo il pressing della Commissione arriva l’allarme dell’Srm, l’autorità che salva le banche in dissesto: “Ci serve per evitare choc al sistema”
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BRUXELLES – In Italia la questione è finita sotto il tappeto. E non stupisce, visto la combinazione di conflittualità politica e populistica vaghezza che ha accompagnato tutto il dibattito sul Mes. Fatto sta che il “no” italiano al Meccanismo europeo di stabilità, unico Paese a non averlo ratificato per l’opposizione di una parte della maggioranza, in Europa non è stato dimenticato, perché rappresenta un ulteriore ostacolo al completamento dell’unione bancaria e alla creazione di un vero mercato europeo dei capitali. Lo scorso maggio il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha allargato le braccia davanti ai colleghi dell’eurogruppo, spiegando che i numeri in Parlamento non ci sono. Ma il pressing periodicamente riparte. Qualche giorno fa è stata la presidente della Bce Christine Lagarde a sollecitarne l’approvazione. E da Bruxelles le fa eco Dominique Laboureix, alla guida del Single resolution board, l’autorità responsabile del meccanismo europeo di risoluzione bancaria (Srm) c…

BRUXELLES – In Italia la questione è finita sotto il tappeto. E non stupisce, visto la combinazione di conflittualità politica e populistica vaghezza che ha accompagnato tutto il dibattito sul Mes. Fatto sta che il “no” italiano al Meccanismo europeo di stabilità, unico Paese a non averlo ratificato per l’opposizione di una parte della maggioranza, in Europa non è stato dimenticato, perché rappresenta un ulteriore ostacolo al completamento dell’unione bancaria e alla creazione di un vero mercato europeo dei capitali. Lo scorso maggio il ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha allargato le braccia davanti ai colleghi dell’eurogruppo, spiegando che i numeri in Parlamento non ci sono. Ma il pressing periodicamente riparte. Qualche giorno fa è stata la presidente della Bce Christine Lagarde a sollecitarne l’approvazione. E da Bruxelles le fa eco Dominique Laboureix, alla guida del Single resolution board, l’autorità responsabile del meccanismo europeo di risoluzione bancaria (Srm) che il nuovo Mes avrebbe dovuto rafforzare: «La mancata approvazione non è una buona notizia, ci avrebbe dato maggiori capacità di assorbire i grandi choc – ha spiegato incontrando un gruppo di giornalisti a margine delle celebrazioni per i dieci anni dell’Srm -. Senza Mes non siamo certo soli, ma siamo meno tranquilli».

La lezione di Credit Suisse

Il primo effetto del “no” italiano è insomma sulla resilienza del sistema bancario dell’eurozona rispetto a possibili futuri dissesti. Quanto grave? Va detto che mai come in questo periodo gli istituti di credito appaiono solidi, nel capitale e nei risultati. La crisi del 2023, che da Silicon Valley Bank ha travolto Credit Suisse, si è fermata al confine dell’area euro. Nel frattempo il fondo di risoluzione comune ha raggiunto la piena potenza di fuoco, 80 miliardi di euro versati dalle stesse banche, più che sufficienti a gestire la ristrutturazione di istituti di piccole o medie dimensioni, come è stato fatto nel 2017 con Banco Popular e con il 2022 con Sberbank.

In un quadro positivo ci sono però due elementi di allerta. Il primo è il moltiplicarsi di soggetti finanziari non bancari che esercitano attività un tempo riservate alle banche, dai fondi di private debt al mondo delle stablecoin: «Attori meno regolati ma abbastanza grandi e sistemici per provocare contagi al settore regolato, too big to fail», dice Laboureix. Il secondo riguarda invece le azioni necessarie in caso di risoluzione, dove proprio Credit Suisse ha mostrato che in una fase di crisi acuta la liquidità è anche più importante del capitale: la Banca centrale svizzera l’ha sostenuta con una linea da quasi 200 miliardi di euro.

I veti incrociati

Il Mes, se approvato, avrebbe proprio garantito un’ulteriore cuscinetto da 68 miliardi, il cosiddetto backstop, che all’occorrenza si sarebbero aggiunti agli 80 del fondo di risoluzione. Soldi che peraltro sarebbero stati poi restituiti agli Stati dalle stesse banche europee, preservando il principio del costo zero per i contribuenti. «Nelle crisi bancarie tutto ruota attorno alla fiducia – spiega Laboureix – e il Mes avrebbe dato un ulteriore margine. Con gli 80 miliardi di cui disponiamo possiamo già affrontare un ampio numero di casi, ma non per forza bastano ad affrontare quelli più grandi».

Il Meccanismo di risoluzione, secondo pilastro dell’Unione bancaria dopo la vigilanza unica, è così meno solido di quanto potrebbe. Ma lo stallo sul Mes si proietta anche sul terzo e ultimo pilastro, cioè la garanzia unica sui depositi dei correntisti (Edis) che dovrebbe raggruppare quelle nazionali, al momento del tutto assente. Qui il “colpevole” è un altro: la resistenza ostinata, da anni, viene dalla Germania, contraria come sempre a mutualizzare i rischi. Il “no” italiano però offre a Berlino una sponda per i suoi “nein”, alla scalata di Unicredit a Commerzbank o alla garanzia sui depositi: «La mancata ratifica del Mes può venire usata da altri Paesi per bloccare i passi successivi dell’Unione bancaria - riconosce Laboureix - dicendo “prima di andare avanti completiamo quello che c’è già”».

La spinta alla deregulation

Il dossier è strategico per l’Europa. Uno dei grandi ritardi competitivi dell’Unione rispetto agli Stati Uniti, sottolineano i rapporti Draghi e Letta, è la minore capacità di mobilitare investimenti. E la frammentazione del sistema finanziario è una delle famose barriere interne da rimuovere, completando l’Unione bancaria e creando un vera Unione dei mercati dei capitali – “dei risparmi e degli investimenti”, nella formula della Commissione. Serve a tutti, ma soprattutto ai Paesi come l’Italia che hanno minori risorse pubbliche da mobilitare.

Lo stallo politico è ancora più grave se si considera la spinta alla deregolamentazione che arriva dagli Stati Uniti di Trump, che oltre ad aver dato campo libero alle stablecoin ha alleggerito i requisiti di capitale per le banche. Gli istituti europei chiedono di fare lo stesso anche da questa parte dell’Atlantico e nei prossimi mesi tra Bce, Commissione, governi e lobby si giocherà una delicata partita per declinare le semplificazioni promessa da Ursula Von der Leyen nel settore bancario. «Dobbiamo metterci d’accordo sul significato di semplificazione: per noi non significa deregulation», dice Laboureix. «La resilienza che con fatica abbiamo costruito in Europa può sparire veloce, non è il momento di abbassare l’asticella. Senza contare che per cambiare le norme primarie (che definiscono i requisiti di capitale, ndr) ci vorrebbero almeno cinque anni, non cinque mesi». Il messaggio alle banche è chiaro: sì a una razionalizzazione di procedure e requisiti, no al loro indebolimento. Per conciliare stabilità del sistema e competitività la vera strada è l’armonizzazione, unire davvero l’Europa del credito. Peccato che i “no” incrociati dei Paesi, come quello dell’Italia sul Mes, la rendono tutta in salita.

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