C’è una sequenza di numeri nel Documento programmatico di bilancio che ricorda la scritta sulla porta dell’inferno dantesco: “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. E che suona da monito a tutti i governi, di ogni colore e tipo, che a ottobre di ogni anno devono preparare la manovra finanziaria. Sono le cifre che riguardano l’incidenza sul Pil degli interessi che paghiamo sul debito emesso per far funzionare lo Stato.
La zavorra che porta il debito
L’anno scorso gli interessi passivi hanno pesato per il 3,9% del Pil, quest’anno non cambierà nulla e il prossimo nemmeno. Si tratta di oltre 85 miliardi di euro che finiscono nelle tasche di chi ha investito sui nostri titoli di Stato. Una zavorra che vale quasi cinque volte la manovra che i…
C’è una sequenza di numeri nel Documento programmatico di bilancio che ricorda la scritta sulla porta dell’inferno dantesco: “Lasciate ogni speranza voi che entrate”. E che suona da monito a tutti i governi, di ogni colore e tipo, che a ottobre di ogni anno devono preparare la manovra finanziaria. Sono le cifre che riguardano l’incidenza sul Pil degli interessi che paghiamo sul debito emesso per far funzionare lo Stato.
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La zavorra che porta il debito
L’anno scorso gli interessi passivi hanno pesato per il 3,9% del Pil, quest’anno non cambierà nulla e il prossimo nemmeno. Si tratta di oltre 85 miliardi di euro che finiscono nelle tasche di chi ha investito sui nostri titoli di Stato. Una zavorra che vale quasi cinque volte la manovra che il governo si appresta a varare e che rende impossibile non accumulare altro che debito. Le proiezioni del Documento programmatico di bilancio dicono tra l’altro che la spesa per interessi è prevista in “graduale ascesa” tanto che nel 2028 si arriverà al 4,3% del Pil. A conti fatti, non poteva essere diversamente, perché il debito continua ad aumentare per due motivi: emettiamo sempre più bond e costa sempre di più. La Banca centrale europea ha avviato prima un ciclo di rialzi del costo del denaro fino al 4% per poi abbassarlo, ma difficilmente si tornerà ai tassi zero che ci hanno accompagnato per quasi un decennio. Secondo il documento del governo, oggi il tasso implicito sul debito è pari al 3% e rimarrà tale per tutto il 2026.
Quei 3,9 e 4,3% del Pil spesi per gli interessi suonano ancor più infernali perché sono numeri già rivisti al ribasso dopo che l’Italia ha incassato il miglioramento del rating da parte di Standard & Poor’s (ad aprile) e da Fitch (a settembre). Due giudizi che hanno migliorato la percezione del rischio Paese da parte degli investitori che partecipano ogni giorno alle aste dei titoli di Stato. La speranza, tuttavia, crolla e ci ricorda la porta dantesca quando paragoniamo l’incidenza degli interessi sul Pil (3,9% per il 2025 e il 2026) con il saldo primario che quest’anno sarà dello 0,9% e il prossimo anno dell’1,2%. Perché significa che, sebbene spendiamo meno di quanto incassiamo, tuttavia non riusciamo a risparmiare abbastanza per pagare gli interessi sul debito.
Il bisogno di interventi strutturali
È un merito riportare il deficit sotto il 3% (la stima è del 2,1% nel 2028) e uscire dalla procedura di infrazione, ma si tratta pur sempre di un risultato negativo. Il nostro destino è di accumulare nient’altro che debito. E non può essere nemmeno diviso in buono o cattivo, come vorrebbe l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, perché è un peso talmente rilevante sulle spalle del Paese che non lascia margini di manovra. Servono interventi strutturali sulla macchina italiana che tra burocrazia e pensioni si mangia il 50% del Pil. Le stesse coperture, che ogni anno vengono indicate per la manovra, sono spesso scritte sull’acqua.
Nessun governo o commissario, nemmeno Carlo Cottarelli, è mai riuscito a ridurre la spesa pubblica, tanto che perfino la Corte dei Conti ha più volte decretato il fallimento della spending review. E senza misure per ridurre il debito, non c’è speranza per chiunque si appresti a scrivere la legge di bilancio.