Affitti brevi, i gestori avvertono: “Con l’aumento della cedolare secca rischio rincari e nero”
di Rosaria AmatoROMA – «Nel 31% dei casi ad affittare per le locazioni brevi sono persone del ceto medio, che hanno ereditato una casa che non possono abitare, e che non avrebbe mercato nel caso di vendita». Marco Celani, presidente di Aigab (l’associazione che riunisce i gestori professionali di affitti brevi in Italia), mette in guardia il governo dal possibile impatto dell’aumento della cedolare secca per gli affitti brevi dal 21 al 26%, prevista dalla legge di Bilancio 2026: «Quando lo Stato esagera nell’imposizione fiscale la popolazione si difende. In questo modo il carico fiscale complessivo supererebbe il 50% del canone, un aggravio netto medio di 1.300 euro l’anno. A questo punto scatteranno forti aumenti dei canoni, molte case usciranno dal mercato (già lo hanno fatto in 40 mila, perché il flusso turistico è diminuito, gli italiani sono impoveriti) oppure molti proprietari sceglieranno il nero».
Comunque si tratterebbe di un’aliquota forfettaria inferiore a quella Irpef per il ceto medio.
…ROMA – «Nel 31% dei casi ad affittare per le locazioni brevi sono persone del ceto medio, che hanno ereditato una casa che non possono abitare, e che non avrebbe mercato nel caso di vendita». Marco Celani, presidente di Aigab (l’associazione che riunisce i gestori professionali di affitti brevi in Italia), mette in guardia il governo dal possibile impatto dell’aumento della cedolare secca per gli affitti brevi dal 21 al 26%, prevista dalla legge di Bilancio 2026: «Quando lo Stato esagera nell’imposizione fiscale la popolazione si difende. In questo modo il carico fiscale complessivo supererebbe il 50% del canone, un aggravio netto medio di 1.300 euro l’anno. A questo punto scatteranno forti aumenti dei canoni, molte case usciranno dal mercato (già lo hanno fatto in 40 mila, perché il flusso turistico è diminuito, gli italiani sono impoveriti) oppure molti proprietari sceglieranno il nero».
Comunque si tratterebbe di un’aliquota forfettaria inferiore a quella Irpef per il ceto medio.
«L’Italia non è come la Germania, o i Paesi Bassi, dove ci sono grandi società immobiliari che gestiscono gli affitti brevi. E anche lì comunque le restrizioni non hanno raggiunto l’effetto voluto, perché ad Amsterdam e a Barcellona gli affitti negli ultimi dieci anni sono raddoppiati, perché si tratta di città molto appetibili».
Invece in Italia chi sono i proprietari che optano per gli affitti brevi?
«Si tratta di persone che hanno ereditato una casa di famiglia che non possono abitare, perché si trova in un luogo diverso da quello in cui vivono, e che, nel caso di vendita, non avrebbe neanche mercato».
Perché non l’affitto lungo allora?
«Perché anche per l’affitto lungo non c’è mercato, in moltissimi casi si tratta di luoghi dove nessuno vuole vivere tutto l’anno. Non parlo solo di posti come Caltanissetta, ma anche come Courmayer, dove la stragrande maggioranza degli immobili sono seconde case».
Però poi ci sono anche le case adibite ad alloggio turistico nel centro delle grandi città, come Firenze, Milano o Roma.
«Nella maggior parte dei casi non si tratta di case adatte agli studenti, o alle giovani coppie. E comunque se guardiamo per esempio a Milano, dove nel centro storico ci sono 108 mila case sfitte, 26 mila appartengono al Comune. E allora prima di limitare i diritti dei privati utilizziamo le case pubbliche! Il Comune di Amsterdam è stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea, proprio perché ha varato una stretta sugli affitti brevi senza però implementare prima politiche abitative».
A proposito di normative europee, però, la Commissione Europea ha annunciato un giro di vite sugli affitti brevi, la normativa dovrebbe essere varata nel primo trimestre del prossimo anno.
«Un conto è annunciarlo, un conto poi metterlo in pratica, anche perché nella normativa Ue vige il principio di proporzionalità, non è lo stessi applicare restrizioni in alcune città del Nord Europa, dove effettivamente c’è scarsità abitativa, e in Italia, dove ci sono 10 milioni di case vuote, sarebbe un controsenso».
Tornando all’aumento della cedolare varato dalla manovra, che impatto avrà?
«Un impatto devastante. Su un bilocale di semiperiferia in una grande città, che genera un reddito di 21 mila euro l’anno, di cui 4.500 se ne vanno per le pulizie, il carico fiscale complessivo, che adesso è già al 46% (tutte le imposte, non solo quelle sul reddito ndr) , arriverebbe oltre il 50%, una soglia psicologica che fa scattare un cambio di rotta. Il proprietario potrebbe decidere di rinunciare all’affitto, o magari di fare ricorso al nero. Già adesso in grandi città come New York o Barcellona gli affitti brevi non si cercano più su Airbnb, ma su Snapchat e Facebook, con il rischio di fregature. Ma magari si preferisce correrlo, piuttosto che spendere cifre insostenibili. Io proprio non capisco quest’accanimento nei confronti di persone del ceto medio, che hanno solo una casa in più ricevuta in eredità, e si attrezzano per mantenerla, magari ottenendo così una piccola entrata in più, considerato che i salari non sono più quelli di 30 40 anni fa. Molto spesso si tratta di case vecchie, con problemi strutturali. L’aumento della cedolare secca conviene solo agli albergatori, e infatti Federalberghi si dichiara soddisfatta. Eppure gli albergatori hanno già tanti vantaggi che i piccoli proprietari immobiliari non hanno, come la Cig per sei mesi l’anno. Credo che il governo debba scegliere se venire incontro a 30 mila albergatori o a oltre mezzo milione di proprietari di case in Italia».