MILANO – La discesa del petrolio e il dollaro ancora debole penalizzano i risultati di Eni, che archivia il terzo trimestre con 3 miliardi di utile operativo, in calo del 12% anno su anno, e porta la dote a 9,4 miliardi nei nove mesi. Ciò nonostante, la crescita della produzione oil&gas, combinata a una rigorosa disciplina sui costi, premia il gruppo con un set di numeri solidi, a partire dal risultato netto di 1,2 miliardi, superiore del 20% rispetto alle attese del mercato.
La Borsa brinda e il titolo chiude con un più 1,6%. Gli analisti plaudono in coro, ma più che sui traguardi finanziari, si concentrano sulla revisione dei target e della politica di remunerazione degli azionisti: il programma di buyback 2025 sale di 300 milioni a 1,8 miliardi, in scia all…
MILANO – La discesa del petrolio e il dollaro ancora debole penalizzano i risultati di Eni, che archivia il terzo trimestre con 3 miliardi di utile operativo, in calo del 12% anno su anno, e porta la dote a 9,4 miliardi nei nove mesi. Ciò nonostante, la crescita della produzione oil&gas, combinata a una rigorosa disciplina sui costi, premia il gruppo con un set di numeri solidi, a partire dal risultato netto di 1,2 miliardi, superiore del 20% rispetto alle attese del mercato.
La Borsa brinda e il titolo chiude con un più 1,6%. Gli analisti plaudono in coro, ma più che sui traguardi finanziari, si concentrano sulla revisione dei target e della politica di remunerazione degli azionisti: il programma di buyback 2025 sale di 300 milioni a 1,8 miliardi, in scia alla stima sulla generazione di cassa per l’anno, anch’essa aumentata a 12 miliardi. «Trimestre eccellente, risultati in costante miglioramento - ha commentato l’ad Claudio Descalzi - valorizzano la strategia e il modello innovativo che stiamo applicando». Il manager si riferisce alla struttura satellitare, per cui da anni Eni cede quote di minoranza nelle controllate per reinvestire nella transizione. «Il modello continua a offrire opportunità e le valuteremo per migliorare il portafoglio», dice il cfo, Francesco Gattei.
A livello industriale, è la divisione petrolifera ad aver subito maggiormente l’effetto del Brent, mitigato dal balzo del 6% della produzione a 1,76 milioni di barili di petrolio equivalente al giorno e da un mix più favorevole, con una maggiore incidenza di barili più redditizi. Solida performance della divisione gas e gnl (+21% a 346 milioni l’utile operativo), come dei satelliti dell’upstream, Azule Energy (Angola), Vår Energi (Norvegia) e Ithaca Energy (Regno Unito). Presto se ne aggiungerà un quarto, il maggiore per dimensioni, che unirà le attività di Eni e Petronas in Indonesia e Malesia. Alla luce di questi sviluppi, i vertici hanno alzato le stime sulla produzione di idrocarburi per il 2025 tra 1,71-1,72 milioni di barili equivalenti al giorno. Il management non sembra preoccupato dalle nuove sanzioni di Trump ai colossi russi del petrolio Rosneft e Lukoil, con cui, tiene a precisare, le interazioni sono «limitate». «Ci sono dettagli che devono essere analizzati, ma non prevediamo un impatto significativo sulle nostre operazioni», dice Gattei.
Proseguendo con i settori, il duo chimica e raffinazione resta in rosso, pur riducendo la perdita operativa a 53 milioni, mentre le attività green viaggiano a due velocità: i risultati di Enilive (mobilità sostenibile) migliorano in doppia cifra, ma quelli di Plenitude (rinnovabili) frenano nel trimestre. Nelle prossime settimane, la capogruppo conta di finalizzare la cessione del 20% del satellite al fondo Ares per 2 miliardi. Con questi, gli incassi dalle dismissioni delle quote in Enilive e Plenitude degli ultimi due anni ammontano a circa 6,5 miliardi. Presto un nuovo satellite, controllato 50-50 con Gip, per valorizzare le attività nella cattura, stoccaggio e riutilizzazione della CO2. Un mercato emergente, il prossimo da presidiare.