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“L’acciaio italiano resiste subito un decreto energia”

Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi: “Il settore è sollido, anche dal punto di vista occupazionale e nonostante la crisi grave dell’ex Ilva. Ma aspettiamo i provvedimenti del governo e un’inversione di tendenza dell’Ue”
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La siderurgia italiana è in salute. Nonostante le incertezze dei mercati internazionali, i costi dell’energia più alti che nel resto d’Europa e la crisi pressoché irreversibile dell’ex Ilva, produzione e investimenti continuano a crescere. A fine 2024, il settore siderurgico allargato ha fatto registrare un fatturato complessivo di 42 miliardi. Di questi, 18,5 sono riconducibili alla produzione di acciaio (ex Ilva esclusa), salgono a 29 miliardi se si tiene conto dei laminati. Alla vigilia della presentazione del Rapporto annuale di Federacciai, il presidente dell’associazione, Antonio Gozzi, auspica interventi a livello nazionale e comunitario per consolidare crescita e occupazione.

Presidente Gozzi, guardando ai dati del 2025, qual è la situazione del settore?

«La siderurgia italiana è elettrosiderurgia. Fatta eccezione per Taranto, che rappresenta una situazione di crisi grave, il settore è solido, molto patrimonializzato e parecchio efficiente. Siamo il pole position sulla decarb…

La siderurgia italiana è in salute. Nonostante le incertezze dei mercati internazionali, i costi dell’energia più alti che nel resto d’Europa e la crisi pressoché irreversibile dell’ex Ilva, produzione e investimenti continuano a crescere. A fine 2024, il settore siderurgico allargato ha fatto registrare un fatturato complessivo di 42 miliardi. Di questi, 18,5 sono riconducibili alla produzione di acciaio (ex Ilva esclusa), salgono a 29 miliardi se si tiene conto dei laminati. Alla vigilia della presentazione del Rapporto annuale di Federacciai, il presidente dell’associazione, Antonio Gozzi, auspica interventi a livello nazionale e comunitario per consolidare crescita e occupazione.

Presidente Gozzi, guardando ai dati del 2025, qual è la situazione del settore?

«La siderurgia italiana è elettrosiderurgia. Fatta eccezione per Taranto, che rappresenta una situazione di crisi grave, il settore è solido, molto patrimonializzato e parecchio efficiente. Siamo il pole position sulla decarbonizzazione. Nessuno al mondo è all’85% di produzione con l’elettrico. Ancora oggi il 60% dell’acciaio europeo è prodotto con altiforni a carbone. Anche sul piano occupazionale, i dati sono soddisfacenti: 35mila addetti diretti e altrettanti nell’indotto».

Le richieste al governo e all’Ue

Rispetto al resto d’Europa, l’Italia è penalizzata per gli alti costi dell’energia. Più volte Federacciai ha chiesto al governo di intervenire. In quale misura la manovra finanziaria che sarà discussa in Parlamento viene incontro alle istanze del settore?

«Più che alla manovra, guardiamo a provvedimenti fuori manovra. Aspettiamo un decreto energia dal governo, oltre che un’inversione di tendenza da parte dell’Ue. Non condividiamo l’approccio estremistico e ideologico alla transizione verde. Serve pragmatismo. Si fa presto a dire che il motore endotermico deve uscire di scena nel 2035, ma bisogna prendere in considerazione le ricadute. Nessuno dice che già alla fine di quest’anno nell’Ue ci saranno un milione di addetti in meno nell’industria di base e nell’automotive».

L’altra richiesta è la protezione del rottame di ferro.

«Al mercato di Rotterdam 15-16 milioni di tonnellate di rottame l’anno vengono acquistate dalla Turchia, che poi ci fa concorrenza sul tondo da cemento armato. Siamo contrari a tutti i progetti di nuovi forni elettrici in Italia che non prevedano il Dri. Sul mercato nazionale sono disponibili 20-21 milioni di tonnellate di rottame, ma non sono sufficienti. Circa 7 milioni li dobbiamo importare. Se aggiungiamo altra domanda di rottame facciamo esplodere il prezzo e mettiamo a rischio l’elettrosiderurgia italiana ed europea. Per questo diciamo no ai forni elettrici senza Dri a Taranto, a Piombino e a Genova».

Il problema dell’energia

Che cosa dovrebbe fare il governo sul prezzo dell’energia?

«In Italia l’energia costa 85-90 euro al megawattora. Nonostante l’extracosto, siamo rimasti competitivi ed efficienti. Chiediamo di togliere gli Emission trading system (ETS) dal turbogas. Valgono 25 euro al megawattora. Se si eliminassero, ammesso che sia possibile in un solo Paese, l’Italia si allineerebbe ai prezzi tedeschi, ossia 60-65 euro, che sono comunque più alti dei 40-42 euro della Francia e dei 55 della Spagna. Se ne sta occupando il governo, ma alla fine decide Bruxelles».

Dal 2026 scompariranno le quote gratuite di Co2. Quali saranno gli effetti per le aziende?

«Ci sarà un aumento dei costi. Noi, però, ci siamo riconvertiti e abbiamo un vantaggio rispetto alla siderurgia continentale».

I numeri della crescita

In quale misura è cresciuto il settore nel 2025?

«Chiuderemo il 2025 con un più 3-4% di produzione rispetto al 2024, vale a dire 700-800mila tonnellate in più: passeremo da 20 a 21 milioni di tonnellate. Negli ultimi tre anni il settore ha investito 3 miliardi».

A quali fattori si deve la crescita?

«Soprattutto al Pnrr. A settembre abbiamo registrato un più 3,7% di produzione, credo per effetto dell’anticipazione dei consumi, visto che nel 2026 partiranno le misure di salvaguardia per la protezione dalla concorrenza sleale. Nel 2024-25 sono state importate in Europa 24-25 milioni di tonnellate di acciaio, nel 2026 bisognerà fermarsi a 18 milioni. Superata questa soglia scatterà un dazio del 50%: la misura è all’attenzione del Trilogo europeo».

Quanto hanno inciso finora i dazi imposti dall’amministrazione Usa?

«Nel 2018, ultimo anno senza dazi, esportavamo negli Usa 950mila tonnellate. Nel 2024 ne esportavamo 220mila, quasi niente. Ci preoccupavano di più gli effetti indiretti, la cosiddetta trade diversion soprattutto dei Paesi asiatici, ma con le misure di salvaguardia il rischio si riduce».

La vicenda dell’ex Ilva

Gli attuali livelli di produzione riescono a soddisfare le domanda interna?

«Esportiamo il 50% della produzione. Per quanto riguarda i produttori, pesa il buco rappresentato dall’ex Ilva. Mancano 5-6 milioni di tonnellate. Dobbiamo importarle».

Esiste ancora la possibilità di riconvertire e rilanciare l’ex Ilva ?

«La prima domanda cui rispondere è se Taranto vuole o no la siderurgia. Se non vogliono il Dri, la nave rigassificatrice, chi investe? Se non si vuole l’industria ci si deve accollare gli effetti devastanti sul piano occupazionale e sociale. Occorre creare le condizioni economiche per investire a Taranto. Serve un piano sociale e un piano di riconversione con forni elettrici e i Dri, sapendo che non si potrà mantenere la stessa occupazione di oggi, basteranno 2.500-3.000 addetti. Ma si vuole l’industria?».

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