Di esempi, negli anni, ce ne sono stati diversi. Anche di successo. O almeno interesse. Il dj statunitense 3Lau ha tokenizzato i diritti del suo album attraverso Nft, incassando oltre 11 milioni di dollari. Grimes nel 2021 vendette Nft musicali per circa 6 milioni di dollari in pochi giorni. Le Vibrazioni, attraverso la piattaforma ANote Music, vendettero quote dei diritti di immagine per i 180 concerti futuri. Stiamo parlando del trading musicale, una delle tendenze emergenti più curiose nell’ambito degli investimenti alternativi.
L’investimento
Un mondo in cui le canzoni diventano asset, gli artisti si trasformano in startup e gli investitori, grandi o piccolissimi, possono trarre qualche profitto dalle royalties musicali. Ma come funziona? E soprattutto, è un investimento sensato o ci sono dei rischi? «Il trading musicale – spiega il pluricampione della World Cup Trading Championships Andrea Unger – è un sistema che consente di acquistare e vendere quote di diritti su brani musical…
Di esempi, negli anni, ce ne sono stati diversi. Anche di successo. O almeno interesse. Il dj statunitense 3Lau ha tokenizzato i diritti del suo album attraverso Nft, incassando oltre 11 milioni di dollari. Grimes nel 2021 vendette Nft musicali per circa 6 milioni di dollari in pochi giorni. Le Vibrazioni, attraverso la piattaforma ANote Music, vendettero quote dei diritti di immagine per i 180 concerti futuri. Stiamo parlando del trading musicale, una delle tendenze emergenti più curiose nell’ambito degli investimenti alternativi.
L’investimento
Un mondo in cui le canzoni diventano asset, gli artisti si trasformano in startup e gli investitori, grandi o piccolissimi, possono trarre qualche profitto dalle royalties musicali. Ma come funziona? E soprattutto, è un investimento sensato o ci sono dei rischi? «Il trading musicale – spiega il pluricampione della World Cup Trading Championships Andrea Unger – è un sistema che consente di acquistare e vendere quote di diritti su brani musicali. In pratica si può diventare comproprietari di una canzone e ricevere una parte degli incassi generati dai suoi utilizzi commerciali». Sono due i modelli: exchange centralizzati e Blockchain/Nft musicali. I primi funzionano come un mercato azionario e consentono agli utenti di acquistare diritti d’autore a partire da pochi euro, offrendo rendimenti legati agli ascolti digitali e alle licenze. È proprio il caso di ANote Music. I secondi, come BitSong, permettono di tokenizzare la musica, rendendo ogni traccia un bene digitale scambiabile con smart contract che gestiscono i ricavi.Affascinante, sebbene secondo Unger «esistono anche importanti rischi da non trascurare. Prima di tutto la “volatilità culturale”: una canzone può passare di moda da un giorno all’altro. Poi, trattandosi di un nuovo settore, la regolamentazione è ancora fragile e numerose piattaforme operano in aree grigie. Esistono anche rischi legati al mondo degli Nft, come smart contract ‘difettosi’ che non garantiscono il pagamento delle royalties in modo trasparente». Nel frattempo lo scenario si arricchisce: ANote, per esempio, ha stretto due anni fa una partnership con l’etichetta musicale LithuaniaHQ, label indipendente specializzata in Edm con oltre 10 miliardi di ascolti sulle piattaforme di streaming musicale. All’epoca fu messo all’asta il 10% dei diritti di una serie di canzoni. Fra le hit, “In my mind”» di Dynoro e Gigi D’Agostino. C’è anche chi va oltre, basti pensare al recente successo del brano “«A Bar Song (Tipsy)”» del rapper statunitense Shaboozey nato anche da un’operazione finanziaria: Seeker Music, società di M&G, ha rilanciato il vecchio brano di J-Kwon di cui detiene i diritti trasformandolo in un tormentone country da miliardi di stream.
Incrocio tra musica e finanza
In fondo quest’interesse all’incrocio fra musica e finanza non è una novità e non serve scomodare i fondi come Hipgnosis che acquistano e speculano su cataloghi celebri, da Justin Bieber a Rihanna: già quasi trent’anni fa il banchiere David Pullman lanciò i cosiddetti Bowie Bonds, titoli garantiti da attività sui ricavi attuali e futuri dei 25 album (287 canzoni) che David Bowie aveva registrato prima del 1990. L’operazione raccolse 55 milioni di dollari a Wall Street, fruttando agli investitori il 7,9% annuo e fornendo in garanzia i proventi di quel tesoro musicale. Il Duca Bianco, che controllava il 100% dei suoi diritti d’autore, fu insomma il primo cantante a decidere di trasformare i suoi diritti d’autore in obbligazioni, aprendo la strada ad altre operazioni simili come quelle lanciate da Rod Stewart, James Brown o dagli Iron Maden. «Bisogna ricordare che si tratta di mercati molto peculiari e poco liquidi, dunque non così funzionali al trading stesso. Un aspetto più ludico è dato dal fatto che si tratta anche di una forma di partecipazione culturale – spiega Luciano Canova, docente di Economia comportamentale alla Scuola Enrico Mattei e all’Università di Pavia - L’investimento alla fine è anche emotivo. Si tratta di scommesse su asset che hanno un valore incerto».
La diversificazione è sempre importante: «Puntare su hit come piattaforma di base con qualche fuga in avanti - dice Canova - A maggior ragione in un segmento come questo, con competenze finanziare».