Noi produciamo solo a Gragnano, e intendiamo continuare a farlo». Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Lucio Garofalo, si dichiara «fiducioso» sull’esito dell’indagine antidumping avviata all’inizio di ottobre dal dipartimento Usa del Commercio nei confronti di 13 produttori italiani di pasta. Anche se non esclude che la procedura potrebbe finire per confermare le sanzioni. Quello che invece esclude con certezza assoluta è la possibilità di delocalizzare una parte della produzione negli Stati Uniti: lo stabilimento Garofalo è nato nel 1789 a Gragnano (in provincia di Napoli), non un posto qualsiasi, la patria della pasta italiana, e non ha altre sedi, né nazionali né all’estero.
È soddisfatto delle risposte che il commissario Ue al Commercio Sefcovic ha dato a Roma ai rappresentanti dei produttori italiani di pasta?
«Il ministero degli Esteri, che ha interessato la Commissione Ue, e il ministero dell’Agricoltura si sono attivati subito. Io non posso dare indicazioni s…
Noi produciamo solo a Gragnano, e intendiamo continuare a farlo». Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Lucio Garofalo, si dichiara «fiducioso» sull’esito dell’indagine antidumping avviata all’inizio di ottobre dal dipartimento Usa del Commercio nei confronti di 13 produttori italiani di pasta. Anche se non esclude che la procedura potrebbe finire per confermare le sanzioni. Quello che invece esclude con certezza assoluta è la possibilità di delocalizzare una parte della produzione negli Stati Uniti: lo stabilimento Garofalo è nato nel 1789 a Gragnano (in provincia di Napoli), non un posto qualsiasi, la patria della pasta italiana, e non ha altre sedi, né nazionali né all’estero.
È soddisfatto delle risposte che il commissario Ue al Commercio Sefcovic ha dato a Roma ai rappresentanti dei produttori italiani di pasta?
«Il ministero degli Esteri, che ha interessato la Commissione Ue, e il ministero dell’Agricoltura si sono attivati subito. Io non posso dare indicazioni su quello che dovrebbero fare, ma mi sembra che si stiano muovendo nella direzione giusta».
Le vostre obiezioni sono state prese in considerazione?
«Ci accusano di vendere i nostri prodotti negli Stati Uniti a un prezzo inferiore rispetto a prodotti simili. I dati presi in considerazione sono quelli delle vendite tra il luglio 2023 e il giugno 2024. Dopo una prima analisi è stata stabilita l’applicazione di dazi “punitivi” del 91,74%, che si aggiungono al 15% che, in seguito all’accordo raggiunto con la Commissione Ue, si applicano a tutti i prodotti. Noi riteniamo che tutto sia nato da una lettura sbagliata dei dati, non c’è alcun fondamento alle accuse che ci sono state mosse, e sono fiducioso che, a una verifica più approfondita, che terrà conto dei nostri rilievi, verrà riconosciuta la correttezza della nostra tesi».
Se non dovessero essere riconosciute le vostre ragioni, quando scatteranno i dazi punitivi?
«Dipende dai tempi dell’indagine, noi ci aspettiamo una risposta tra febbraio e marzo»
C’è la possibilità di impugnare la decisione?
«Sì, ma intanto i dazi entrerebbero comunque in vigore».
Che quota delle vostre esportazioni va negli Stati Uniti?
«Il 10%».
E in quanti altri Paesi esportate?
«In ottanta Paesi».
Se i dazi dovessero arrivare davvero al 107% cosa farete?
«Proveremo a continuare a vendere anche a queste condizioni. Non è detto che ci riusciremo».
Secondo lei dietro le accuse c’è il tentativo di spingere le aziende italiane a produrre negli Usa?
«Non ho sentito niente del genere. Quello che posso dire è che noi produciamo solo a Gragnano, e intendiamo continuare a farlo».
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