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Terre rare, le aziende italiane nella morsa di Pechino: “Siamo dipendenti dai magneti cinesi”

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L’intervista al produttore emiliano Ask: per gli impianti audio che vende, ha bisogno di 150 tonnellate l’anno di magneti permanenti. Così è finita nel gioco geopolitico a colpi di licenze e ingorghi in dogana
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Non si fa illusioni Antonio Francia. Perché anche se Trump e Xi Jinping si sono promessi un anno di tregua, «la Cina sa bene che le terre rare sono la sua principale leva negoziale e ogni volta che ci saranno tensioni tirerà il freno alle esportazioni».

Per una multinazionale come l’emiliana Ask Industries, che negli altoparlanti dei suoi sistemi audio per automobili usa i magneti permanenti prodotti dalla raffinazione delle terre rare, significa che l’incertezza resterà a tempo indeterminato. Per Francia, che il prossimo futuro andrà ancora vissuto pericolosamente, tentando di anticipare i blocchi commerciali e cercare formule produttive alternative. «L’Europa è dipendente – dice – e indipendente non lo sarà mai, ma la realtà è che anche per limitare la dipendenza serviranno anni».

Non si fa illusioni Antonio Francia. Perché anche se Trump e Xi Jinping si sono promessi un anno di tregua, «la Cina sa bene che le terre rare sono la sua principale leva negoziale e ogni volta che ci saranno tensioni tirerà il freno alle esportazioni».

Per una multinazionale come l’emiliana Ask Industries, che negli altoparlanti dei suoi sistemi audio per automobili usa i magneti permanenti prodotti dalla raffinazione delle terre rare, significa che l’incertezza resterà a tempo indeterminato. Per Francia, che il prossimo futuro andrà ancora vissuto pericolosamente, tentando di anticipare i blocchi commerciali e cercare formule produttive alternative. «L’Europa è dipendente – dice – e indipendente non lo sarà mai, ma la realtà è che anche per limitare la dipendenza serviranno anni».

Un futuro incerto

Dura realtà per un direttore acquisti. Lavoro mai stato facile, ma che ora vive in prima linea il conflittuale passaggio a una nuova era in cui le superpotenze provano a ridisegnare le catene industriali, in cui ogni dipendenza produttiva è una vulnerabilità da sanare o un’arma da sfruttare.

«A molti dei miei pari ruolo è venuto un esaurimento», scherza – non troppo – Francia. Per gli impianti audio che vende alle maggiori case globali Ask ha bisogno di 150 tonnellate l’anno di magneti permanenti. I fornitori? Due aziende cinesi ovviamente, perché è lì che da anni si concentra la trasformazione delle terre rare, «un processo complesso, non pulitissimo e non sicurissimo – spiega –. Quando ho visitato uno degli stabilimenti mi hanno vestito come un palombaro».

La risposta cinese ai dazi di Trump

I problemi per Ask sono iniziati a inizio aprile, quando in risposta ai dazi “reciproci” di Trump la Cina ha stabilito che per esportare – o importare, visto da qui - magneti permanenti servisse una licenza. L’azienda ha subito messo in piedi una task force con tutti i reparti coinvolti, dagli acquisti alla produzione. E per prima cosa ha cercato di capire, interpretando i documenti del ministero del Commercio di Pechino, quali dei cento codici prodotto importati fossero impattati.

Le terre rare sono tante: per la maggior parte degli altoparlanti Ask ne usa una leggera, il neodimio, che non era “colpita”, ma per quelli ad alta prestazione ne serve una pesante e colpita, il disprosio. Problema: tracce di disprosio si trovavano un po’ dappertutto, anche negli altri magneti.

La corsa verso le alternative

«Per fortuna alcune grandi spedizioni erano partite appena prima dell’entrata in vigore della norma e avevamo buone scorte», dice Francia. Qualche settimana di margine e tanta reattività: i fornitori cinesi hanno proposto un materiale alternativo, l’olmio, e Ask l’ha testato e validato in tempo record con i clienti. «Così ci siamo salvati e siamo riusciti a rispettare i tempi delle consegne».

E le autorizzazioni? All’inizio si era parlato di 45 giorni, le prime sono arrivate solo tra giugno e luglio. Nel frattempo le dogane cinesi si sono intasate: «Si sono messi a controllare tutti i magneti, anche quelli per cui la licenza non serve, più per impreparazione che per una esplicita volontà politica». Nessun trattamento di riguardo neppure per chi, come Ask, ha anche uno stabilimento in Cina.

Ask in allerta anche dopo la tregua Xi-Trump

Dopo l’estate la crisi pareva scampata, la nuova realtà metabolizzata. Se non fosse che il 9 ottobre, in mezzo a una nuova escalation con gli Stati Uniti, Pechino ha varato controlli ancora più stretti. Da un lato aggiungendo l’olmio e altre terre rare a quelle soggette a licenza. Dall’altro riservandosi un veto perfino su prodotti fabbricati all’estero, se anche solo uno 0,1% del loro valore è rappresentato dai magneti incriminati. Al quartier generale di Ask si è riacceso l’allarme rosso: studiare l’impatto, farsi spedire tutto il possibile, cercare alternative. «Ne saremmo usciti, ma il colpo sarebbe stato notevole», spiega Francia.

Il fatto che il 9 novembre questi controlli non scatteranno più, dopo la tregua tra Xi e Trump, è un sollievo. Ma secondo Francia non uno scampato pericolo: l’arma resta lì sul tavolo, pronta da usare. E così anche l’imperativo per l’azienda di mitigare i rischi. «Abbiamo aumentato ancora gli stock in magazzino, anche se sono difficili da gestire finanziariamente», spiega il manager.

Cercare fornitori alternativi fuori dalla Cina? «Lo stiamo facendo ma il resto del mondo vale solo il 10% della produzione, e tutti ci stanno provando. Il nostro fabbisogno è piccolo rispetto a quello di altri settori».

Allarme anche in altri settori strategici

Già, perché la dipendenza dai magneti cinesi non minaccia solo gli altoparlanti, ma anche industrie strategiche come auto e difesa. L’Europa ha messo in campo una strategia per “sostituire” parte di quelle importazioni, ma Francia è scettico: per stabilire una produzione locale servono anni, riciclare terre rare dai rifiuti elettronici richiede una filiera complessa e costosa. Intanto per una crisi rimandata, ogni settimana si apre un nuovo fronte geoeconomico. Anche Ask è tra i clienti di Nexperia, il produttore di chip olandese, ma di proprietà del gruppo cinese Wingtech, che il governo de l’Aia ha deciso di commissariare, spingendo la casa madre a bloccare le spedizioni di processori in Europa.

«Li usiamo negli amplificatori e nelle antenne – spiega Francia – uno stop dall’oggi al domani è pesante. Per fortuna siamo stati in grado di fare scorte sul mercato dei broker, per quanto a costi maggiori, Quel tipo di chip poi ha più alternative rispetto ai magneti». Per i produttori di auto europei è crisi da allarme rosso, si rischia un blocco di produzione, per Ask al momento si ferma al giallo.

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