Galli: “Il recupero del fiscal drag c’è stato. Il nodo per l’Italia sono gli stipendi bassi”
di Valentina ConteROMA – Per Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio conti pubblici della Cattolica, la tesi della Cgil sul “fiscal drag” da 25 miliardi non regge. «I lavoratori dipendenti – spiega – non hanno pagato più tasse: il drenaggio fiscale è stato interamente compensato da bonus e taglio del cuneo. A erodere i redditi, invece, è stata l’inflazione». E ora, dice, serve «rinnovare i contratti e aumentare i salari, non inseguire cifre sbagliate».
Professor Galli, perché i calcoli della Cgil non tornano?
«Perché è una stima incongrua. Se si guardano i dati reali del dipartimento delle Finanze, la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente tra 2019 e 2023 non è aumentata, anzi è leggermente diminuita: dal 19,4 al 18,2%. Il drenaggio fiscale, nel senso di un aumento automatico di tasse dovuto al passaggio a scaglioni più alti, non c’è stato».
Eppure i lavoratori hanno perso potere d’acquisto.
«Certo. Ma per colpa dell’inflazione, non del fisco. Tra 2019 e 2023 i…
ROMA – Per Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio conti pubblici della Cattolica, la tesi della Cgil sul “fiscal drag” da 25 miliardi non regge. «I lavoratori dipendenti – spiega – non hanno pagato più tasse: il drenaggio fiscale è stato interamente compensato da bonus e taglio del cuneo. A erodere i redditi, invece, è stata l’inflazione». E ora, dice, serve «rinnovare i contratti e aumentare i salari, non inseguire cifre sbagliate».
Professor Galli, perché i calcoli della Cgil non tornano?
«Perché è una stima incongrua. Se si guardano i dati reali del dipartimento delle Finanze, la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente tra 2019 e 2023 non è aumentata, anzi è leggermente diminuita: dal 19,4 al 18,2%. Il drenaggio fiscale, nel senso di un aumento automatico di tasse dovuto al passaggio a scaglioni più alti, non c’è stato».
Eppure i lavoratori hanno perso potere d’acquisto.
«Certo. Ma per colpa dell’inflazione, non del fisco. Tra 2019 e 2023 i prezzi sono cresciuti del 17%, le retribuzioni di circa 9. Ne deriva una perdita di oltre 7 punti, che nulla ha a che vedere con il fiscal drag. Le tasse non sono aumentate, sono stati i prezzi a correre più dei salari».
Cosa ha neutralizzato il drenaggio fiscale?
«Le politiche adottate da più governi: bonus da 100 euro, taglio del cuneo contributivo di Draghi e Meloni, modifiche agli scaglioni Irpef. Tutti interventi che hanno alleggerito la busta paga. Se si considera anche la riduzione dei contributi sociali, il reddito imponibile è cresciuto quasi come l’inflazione. È esattamente ciò che dice anche la Bce: il fiscal drag è stato “più che pienamente compensato” per i lavoratori dipendenti».
Quindi la stima Cgil di 25 miliardi è sbagliata?
«Seppure fosse corretta, quella è la cifra dell’impatto inflattivo per tutti i contribuenti: pensionati, autonomi e dipendenti. Per questi ultimi la perdita teorica è intorno ai 12 miliardi, ma anche quella è stata di fatto sterilizzata. Il sindacato fa il suo mestiere, ma deve basarsi su dati corretti».
Il problema resta però quello dei salari bassi.
«Assolutamente sì. Ma è difficile pensare di risolverlo con l’indicizzazione automatica di scaglioni e detrazioni. In un Paese con il debito che ha l’Italia, temo che non ce lo possiamo permettere. Serve un patto vero tra imprese e sindacati: più rinnovi contrattuali e più aumenti salariali. Le aziende che si lamentano di non trovare personale dovrebbero iniziare a pagarlo di più. E i sindacati devono battersi su questo terreno, non su un fiscal drag che, nei fatti, è stato compensato».