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La rinascita europea di Varsavia

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Il Pil della Polonia corre anche grazie ai fondi dell’Ue, che hanno spinto lo sviluppo dell’industria. E spesso chi è andato a lavorare all’estero ha fatto ritorno
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Entro il 2030 la Polonia supererà il Giappone, Israele, la Spagna e la Nuova Zelanda in termini di reddito pro capite: secondo il Fondo monetario internazionale, schizzerà in soli sei anni dai 45.700 dollari del 2024 a 55.200 dollari. Il segreto del successo di un Paese che negli anni Novanta, dopo il crollo dell’impero sovietico, era ancora tra i più poveri d’Europa, è un misto di fattori. Tra il 1995 e il 2024 il Pil pro capite dei polacchi è salito del 316 per cento. Nel frattempo, la Polonia è diventata la sesta potenza economica della Ue. E come sintetizza Markt Christopher Fuss, analista di Germany Trade and Invest (Gtai), «la Polonia cresce tre volte più rapidamente della media europea. E non solo da quest’anno o dall’anno scorso, ma da molti anni».

Il ruggito di Varsavia

Il ruggito di Varsavia, la sua ascesa irresistibile è da ascrivere non soltanto alla famosa manodopera a basso costo dei primi decenni post-caduta del muro di Berlino o alle condizioni notoriamente favorevoli …

Entro il 2030 la Polonia supererà il Giappone, Israele, la Spagna e la Nuova Zelanda in termini di reddito pro capite: secondo il Fondo monetario internazionale, schizzerà in soli sei anni dai 45.700 dollari del 2024 a 55.200 dollari. Il segreto del successo di un Paese che negli anni Novanta, dopo il crollo dell’impero sovietico, era ancora tra i più poveri d’Europa, è un misto di fattori. Tra il 1995 e il 2024 il Pil pro capite dei polacchi è salito del 316 per cento. Nel frattempo, la Polonia è diventata la sesta potenza economica della Ue. E come sintetizza Markt Christopher Fuss, analista di Germany Trade and Invest (Gtai), «la Polonia cresce tre volte più rapidamente della media europea. E non solo da quest’anno o dall’anno scorso, ma da molti anni».

Il ruggito di Varsavia

Il ruggito di Varsavia, la sua ascesa irresistibile è da ascrivere non soltanto alla famosa manodopera a basso costo dei primi decenni post-caduta del muro di Berlino o alle condizioni notoriamente favorevoli per le imprese o all’alto tasso di istruzione, anche femminile. Il boom impressionante della Polonia è frutto soprattutto della sua capacità di sfruttare al meglio l’integrazione nell’Unione europea, avvenuta ventuno anni fa. E oggi il Paese, noto per l’“idraulico polacco” degli anni Duemila, insomma per l’enorme spinta migratoria verso la Ue, vive un’ondata di ritorno. Nel 2024 il numero di polacchi che sono tornati in patria è stato per la prima volta superiore a quelli che sono emigrati in Germania.

Interpellata al telefono, l’economista e senior analyst della Rockwool Foundation Izabela Wnuk-Soares spiega che «l’anno scorso abbiamo festeggiato i vent’anni di adesione all’Ue. Un momento cruciale, che ha causato una serie di cambiamenti strategici e strutturali. Secondo alcuni calcoli, il Pil pro capite polacco sarebbe oggi del 30-40% più basso se non ci fosse stato l’ingresso nell’Unione europea».

Il Pil polacco

Ancora oggi i polacchi ricevono l’equivalente di 332 euro pro capite di fondi europei - ma Varsavia è tra i paesi che hanno saputo spenderli meglio. Non li ha buttati via per investimenti poco fruttuosi o regali elettorali: ha puntato sulle infrastrutture e su settori che avevano un potenziale di sviluppo enorme. E ha approvato allo stesso tempo molte riforme che hanno attratto aziende e investimenti dall’estero.

«I fondi europei - argomenta Wnuk-Soares - hanno spinto enormemente lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura. E l’adesione alla Ue ha attratto investimenti stranieri. Allo stesso tempo i governi polacchi hanno creato un ambiente molto favorevole agli investimenti: hanno sburocratizzato e creato un sistema fiscale favorevole alle aziende. E i lavoratori vantavano inoltre un costo del lavoro basso e un livello di istruzione molto alto». Nei ranking Pisa-Ocse la Polonia è uno dei Paesi in vetta a tutte le classifiche.

L’istruzione femminile

Sulla rivista Der Pragmaticus, l’economista Monika Koeppl-Turyna racconta ad esempio di aver imparato a programmare a dodici anni. In Polonia un’importante eredità degli anni del comunismo è stata l’alta istruzione femminile: secondo Eurostat, nel 2021 era il Paese che, dopo la Romania, vantava il più alto numero di donne che avevano studiato materie scientifiche, le cosiddette “Stem”: il 41,5% contro il 39% dell’Italia, il 27,7% della Germania e il 32,8% della media dell’Unione europea.

Koeppl-Turyna ricorda che la svolta della Polonia comincia poco prima del 1989, l’anno del crollo del muro di Berlino, quando Varsavia decide già di aprire le porte agli imprenditori. Il principio fu «tutto ciò che non è vietato è consentito». Ma dopo la fine del comunismo il famoso “Piano Balcerowicz” avviò una terapia d’urto per liberalizzare il mercato e attirare capitali che abolì brutalmente le vecchie tutele sociali, precipitando milioni di polacchi nella disoccupazione.

«Quei picchi di disoccupazione - spiega Izabela Wnuk-Soares - furono mitigati dall’enorme ondata di emigrazione. E quei lavoratori polacchi che furono accolti a braccia aperte soprattutto nel Regno Unito cominciarono a mandare generose rimesse in patria che ammontarono temporaneamente al 3-4% del Pil. Un flusso di denaro che contribuì anche a rilanciare i consumi in Polonia. Nel frattempo i salari sono cresciuti molto e hanno attratto nuovamente in patria i lavoratori che erano emigrati e allo stesso tempo quei redditi in crescita hanno ulteriormente contribuito a rafforzare i consumi».

Il nodo del disavanzo

I tassi di crescita della Polonia sono talmente robusti che neanche il disavanzo eccessivo spaventa. Perché ovviamente i mercati pensano che il debito sarà agevolmente riassorbito dal Pil galoppante. E in ogni caso, essendosi imposta un freno decenni fa, Varsavia parte comunque da un debito pubblico bassissimo: era il 53% del Pil nel 2024. Nella sua più recente analisi, l’agenzia di rating Scope ricorda che il deficit al 7% del Pil è in crescita, ma che la crescita robusta e i fondi europei «alleggeriscono il peso fiscale» di quel disavanzo in eccesso. Tra quest’anno e il prossimo il Pil continuerà a crescere a un ritmo compreso tra il 3,4 e il 3,5 per cento, scrivono gli economisti Jakob Suwalski e Brian Marly. E la crescita sarà spinta «dalla domanda interna e dagli investimenti alimentati dai fondi europei».

Un tema, però, è la guerra in Ucraina, che ha indotto il premier Donald Tusk ad aumentare la spesa per la difesa a 200 miliardi di zloty (corrispondenti a 47 miliardi di euro circa), l’equivalente del 4,8% del Pil. Insieme alle spese sociali, strutturalmente alte, e le tasse piuttosto basse costituiscono un vulnus nei conti pubblici che il governo dovrà affrontare, nel lungo termine. Per riassorbire la spesa in eccesso, il governo Tusk ha proposto intanto di aumentare temporaneamente l’imposta sulle banche. Ma l’attuale, grave stallo istituzionale potrebbe rendere quell’obiettivo difficile da raggiungere: il presidente della Repubblica e avversario politico del premier, Karol Nawrocki, ha diritto di veto su quasi tutte le leggi e lo sta esercitando brutalmente per paralizzare l’azione di governo.

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