Non cresce l’Italia, ma non cresce nemmeno la Germania. Mentre quella che doveva essere la cenerentola d’Europa per la situazione politica interna, la Francia, è salita nel terzo trimestre sul precedente dello 0,5%, come non accadeva dal 2023 ad oggi. Mal comune, nessun gaudio, perché i grandi dell’Europa hanno perso tutti la capacità di correre, se non forse con l’eccezione della Spagna anche lei tuttavia aiutata dai fondi europei del Pnrr. Per fine anno il Pil italiano dovrebbe chiudere con una crescita dello 0,5%, un magro risultato e soprattutto frutto della spinta del Pnrr che gli economisti calcolano che possa valere tra lo 0,6 e lo 0,7% del Pil. Per di più pari a solo la metà di quell’1% che il governatore della Banca d’Italia ha indicato come crescita ormai inaccettabile la scorsa settimana quando ha partecipato al consiglio della Banca centrale europea riunitosi straordinariamente a Firenze.
Innalzare il ritmo di crescita
«È essenziale – ha detto Fabio Panetta - innalzare sta…
Non cresce l’Italia, ma non cresce nemmeno la Germania. Mentre quella che doveva essere la cenerentola d’Europa per la situazione politica interna, la Francia, è salita nel terzo trimestre sul precedente dello 0,5%, come non accadeva dal 2023 ad oggi. Mal comune, nessun gaudio, perché i grandi dell’Europa hanno perso tutti la capacità di correre, se non forse con l’eccezione della Spagna anche lei tuttavia aiutata dai fondi europei del Pnrr. Per fine anno il Pil italiano dovrebbe chiudere con una crescita dello 0,5%, un magro risultato e soprattutto frutto della spinta del Pnrr che gli economisti calcolano che possa valere tra lo 0,6 e lo 0,7% del Pil. Per di più pari a solo la metà di quell’1% che il governatore della Banca d’Italia ha indicato come crescita ormai inaccettabile la scorsa settimana quando ha partecipato al consiglio della Banca centrale europea riunitosi straordinariamente a Firenze.
Innalzare il ritmo di crescita
«È essenziale – ha detto Fabio Panetta - innalzare stabilmente il ritmo di crescita dell’economia oltre quell’un per cento stentato su cui sembriamo esserci assestati, preparando fin d’ora il terreno per la fase in cui non saranno più disponibili i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza». E verrebbe da dire, magari crescessimo dell’1%, perché anche il prossimo anno non andremo oltre lo 0,7%, nel 2027 ci fermeremo allo 0,8% e nel 2028 allo 0,9%, come ha messo nero su bianco lo stesso ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, nel Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP). Cosa non stia funzionando lo dice chiaramente l’Istat, perché a fronte di un aumento del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, vi è una diminuzione nell’industria e una stazionarietà nei servizi. Inoltre, la domanda interna langue, mentre continua a funzionare quella estera. A giudizio di tutti, la prima voce che deve essere rafforzata sono gli investimenti, visto che a partire da giugno del prossimo anno non ci saranno più i fondi europei. Ma non deve essere lo Stato a sostituirsi nell’erogare la grande quantità di risorse arrivate con il Pnrr, anche perché la situazione debitoria dell’Italia è una delle peggiori al mondo. I capitali devono arrivare anche dai privati, stimolati (qui sì) dal pubblico.
L’effetto volano
Il professore di Economia dell’Università Bocconi, Carlo Altomonte, sostiene che per mantenere 40 miliardi di investimento complessivi, pari più o meno a quello che l’Italia ha ricevuto all’anno dal Pnrr, basterebbe inserire in finanziaria cinque miliardi di risorse pubbliche, con regole e scopi ben mirati. Un effetto volano che coincide anche con quanto sostenuto da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea in cui indicava in 800 miliardi di euro gli investimenti necessari all’Europa per stare al passo di Usa e Cina. Anche per l’ex banchiere, le risorse devono arrivare più dal settore privato che dal pubblico, in un rapporto che dovrebbe essere di quattro quinti contro un quinto.
E non sarebbe qualcosa di mai visto, perché già oggi in Europa gli investimenti in infrastrutture, innovazione e macchinari arrivano per l’80% dal privato e valgono il 13% del Pil (dati 2023), mentre quelli pubblici non vanno oltre il 3,3%. Come dire che se si vuole davvero, lo si può fare.