ROMA – Le donne, le lavoratrici italiane sono arrabbiate con il governo Meloni, il primo guidato da una donna. Perché prima ha depotenziato Opzione donna, il canale anticipato di uscita pensionistica. Poi lo ha cancellato.
Ecco dunque la class action, l’azione collettiva «politico-legale» inventata da Orietta Armiliato e lanciata sul suo gruppo Facebook, seguitissimo da 13.200 lavoratrici, pensionate o pensionande.
«Abbiamo per ora già 100 adesioni, col modulo firmato, e crescono a vista d’occhio», racconta. «Ci siamo affidate all’associazione Class Action Italia, che ci sta aiutando con i passaggi burocratici. E contiamo di arrivare sul tavolo della Consigliera di parità nazionale entro novembre».
Cosa chiedete? «La rimozione delle discriminazioni. E quindi anche il ripristino di Opzione donna senza i paletti introdotti dal governo Meloni, per cui si discrimina tra chi ha figli e chi no, tra chi è licenziata senza tavolo di crisi aperto al ministero e quella invece con il tavolo ape…
ROMA – Le donne, le lavoratrici italiane sono arrabbiate con il governo Meloni, il primo guidato da una donna. Perché prima ha depotenziato Opzione donna, il canale anticipato di uscita pensionistica. Poi lo ha cancellato.
Ecco dunque la class action, l’azione collettiva «politico-legale» inventata da Orietta Armiliato e lanciata sul suo gruppo Facebook, seguitissimo da 13.200 lavoratrici, pensionate o pensionande.
«Abbiamo per ora già 100 adesioni, col modulo firmato, e crescono a vista d’occhio», racconta. «Ci siamo affidate all’associazione Class Action Italia, che ci sta aiutando con i passaggi burocratici. E contiamo di arrivare sul tavolo della Consigliera di parità nazionale entro novembre».
Cosa chiedete? «La rimozione delle discriminazioni. E quindi anche il ripristino di Opzione donna senza i paletti introdotti dal governo Meloni, per cui si discrimina tra chi ha figli e chi no, tra chi è licenziata senza tavolo di crisi aperto al ministero e quella invece con il tavolo aperto».
Oggi Cgil, Cisl e Uil, in audizione parlamentare sulla manovra, si faranno portavoce di questa richiesta. «Chiediamo giustizia ed equità», dice Armiliato.
Nel 2022, prima del governo Meloni, 26.427 donne sono uscite con Opzione. L’anno scorso solo 4.784.
Il “Piano per la rimozione delle discriminazioni”
L’associazione Class Action Italia, a cui si è affidato il gruppo di Armiliato, ha predisposto un Piano per la Rimozione della Discriminazione Indiretta Collettiva che sarà presentato alla Consigliera Nazionale di Parità.
L’obiettivo è eliminare le restrizioni ingiustificate che oggi limitano l’accesso a Opzione donna, creando — sostengono le promotrici — «una palese disparità di trattamento all’interno dello stesso genere femminile».
La richiesta è chiara: tutte le donne con 35 anni di contributi e 61 anni d’età devono poter accedere alla pensione anticipata, senza distinzioni arbitrarie tra lavoratrici licenziate da grandi aziende con “tavolo di crisi attivo” e lavoratrici di piccole imprese, partite Iva o aziende in semplice “monitoraggio”.
«Migliaia di donne – spiegano da Class Action Italia – si sono viste respingere la domanda di pensione anticipata solo perché non rientrano in questa categoria ristretta. È una discriminazione collettiva e la combatteremo insieme».
Quando il “tavolo di crisi” decide il futuro
Le storie raccolte nel gruppo Facebook di Armiliato sono decine. Donne con oltre 35 anni di contributi e un’età compresa tra 60 e 62 anni che si sono viste respingere la domanda di pensione dall’Inps, nonostante rientrassero nei requisiti storici di Opzione donna.
La norma introdotta dal governo Meloni prevede infatti che il beneficio sia riservato solo a:
- donne caregiver,
- donne con invalidità almeno al 74%,
- oppure licenziate da aziende con tavolo di crisi ministeriale attivo.
Chi non rientra in queste categorie — anche se licenziata, ma da un’azienda senza tavolo aperto — resta esclusa.
Eppure, ricorda Class Action Italia, anche la Corte d’Appello di Ancona (sentenza n. 205/2025) ha definito questa interpretazione «del tutto irragionevole».
Le richieste alla Consigliera di Parità
Il Piano che sarà presentato punta a tre obiettivi concreti:
- una circolare Inps che estenda il beneficio a tutte le lavoratrici licenziate, indipendentemente dallo stato del tavolo ministeriale;
- una modifica legislativa che rimuova i requisiti ritenuti discriminatori;
- il richiamo ai principi costituzionali di uguaglianza sanciti dall’articolo 3 della Costituzione.
L’iniziativa, spiegano i promotori, non è una causa in tribunale, ma un’azione istituzionale di pressione e tutela collettiva, prevista dall’art. 37 del D.Lgs. 198/2006 (Codice delle Pari Opportunità).
Come aderire alla campagna
Per sostenere la battaglia, Class Action Italia lancia un appello: «Il cambiamento è possibile solo con la forza del numero. Ogni adesione rafforza la nostra voce istituzionale e avvicina la giustizia per tutte le donne escluse ingiustamente da Opzione donna». Chi vuole può aderire con un contributo di 100 euro, ricevere assistenza legale e aggiornamenti sull’iter del Piano di rimozione delle discriminazioni.
«Non lasciamo che anni di lavoro e contributi vengano calpestati da una norma irragionevole», conclude Orietta Armiliato. La sua battaglia è ormai anche un simbolo: un movimento di donne che chiedono di essere trattate tutte allo stesso modo, senza “paletti” o “etichettature” decise dall’alto. Una battaglia che, da Facebook, ora arriva ufficialmente nelle istituzioni.