MILANO – L’ultima settimana è costata 800 miliardi di dollari di capitalizzazione agli otto titoli più famosi legati all’Intelligenza artificiale, tra i quali Meta, Palantir e Oracle. Nvidia da sola, la prima a sfondare il muro dei 5mila miliardi, ne ha perduti 350. Il Nasdaq dei tecnologici ha limato il 3%, come non accadeva da aprile: i tempi del “Liberation day”. Con uno shutdown irrisolto a imbrigliare il bilancio federale Usa (e a privare analisti e Fed di molti dati macro) e la guerra commerciale sempre pronta a riaccendersi, gli elementi di tensione sui mercati non mancano.
Ma i dubbi, dopo i grandi guadagni fin qui generati, ruotano tutti intorno ai titoli tecnologici, all’IA e al rischio che sia una bolla pronta a scoppiare. Ad alimentarli ci hanno pensato alcuni pesi massimi di Wall Street, dal numero uno di Morgan Stanley Ted Pick (che ha parlato di un possibile -10-15%), a quello di Goldman Sachs, David Salomon. Giusto un mese fa, il numero uno di JP Morgan, Jamie Dimon, d…
MILANO – L’ultima settimana è costata 800 miliardi di dollari di capitalizzazione agli otto titoli più famosi legati all’Intelligenza artificiale, tra i quali Meta, Palantir e Oracle. Nvidia da sola, la prima a sfondare il muro dei 5mila miliardi, ne ha perduti 350. Il Nasdaq dei tecnologici ha limato il 3%, come non accadeva da aprile: i tempi del “Liberation day”. Con uno shutdown irrisolto a imbrigliare il bilancio federale Usa (e a privare analisti e Fed di molti dati macro) e la guerra commerciale sempre pronta a riaccendersi, gli elementi di tensione sui mercati non mancano.
Ma i dubbi, dopo i grandi guadagni fin qui generati, ruotano tutti intorno ai titoli tecnologici, all’IA e al rischio che sia una bolla pronta a scoppiare. Ad alimentarli ci hanno pensato alcuni pesi massimi di Wall Street, dal numero uno di Morgan Stanley Ted Pick (che ha parlato di un possibile -10-15%), a quello di Goldman Sachs, David Salomon. Giusto un mese fa, il numero uno di JP Morgan, Jamie Dimon, diceva di esser “molto più preoccupato” degli altri sull’arrivo di una violenta correzione, dandole almeno il 30% di chances di palesarsi. Pare che il suo carro si stia affollando.
“Noi non siamo preoccupatissimi, perché le valutazioni sono sì elevate ma la profittabilità di queste aziende è superiore alle attese degli analisti”, ragiona Giorgio Broggi, gestore di Moneyfarm. Questione di equilibri: vero che il rapporto tra i prezzi e gli utili attesi è elevato, ma la redditività che queste aziende sono capaci di esprimere è ancor più inedita e l’ultima tornata di trimestrali l’ha dimostrato. “Citando Powell, nel 2000 si ragionava di ‘idee’, oggi di ‘profittii” ricorda Marco Piersimoni dell’asset manager Pictet per rimarcare il solco tra il crash di inizio millennio e ora. La linea comune, in sintesi: non si possono escludere correzioni, anche nell’ordine del 5-10%, nei prossimi mesi, perché è nella natura dei mercati specie quando ci sono valutazioni così elevate. Ma la fiducia sulla tendenza di fondo resta immutata.
Sbalzi, non scoppi. Che comunque suggeriscono di marciare con le cinture ben allacciate, e di prepararsi. Il calo del Bitcoin del 15% nell’ultimo mese è un invito in più alla cautela, specie per chi ormai vede nella regina delle cripto un anticipatore della volatilità sul tech e della propensione agli acquisti del retail. In un contesto di liquidità in assottigliamento, con le prime chiusure di fondi che alzano il pressing sulla Fed perché sia pronta a intervenire, e con valutazioni così elevate, basta il battito d’ali di un cosiddetto hyperscaler dell’IA (come Amazon o Microsoft) per generare importanti turbolenze.
Se è vero che le valutazioni di un titolo come Nvidia hanno corso di sette volte dall’avvio dell’euforia per l’intelligenza artificiale, ma gli utili ancor di più a differenza della bolla di inizio millennio, nel mondo reale “ci si domanda se i margini di redditività che registrano queste società siano sostenibili nel lungo termine, o prima o poi la concorrenza si farà sentire”, spiega Piersimoni. Bisogna dunque vedere se la mole d’investimenti che stanno mettendo in pista darà i suoi frutti.
Google, Meta, Microsoft e Amazon da sole hanno speso 112 miliardi di dollari in conto capitale lo scorso trimestre e secondo McKinsey ne serviranno altri 7mila da qui al 2030 per tenere il passo della domanda attesa. Se finora Big Tech si è dimostrata capace di spesare i suoi vasti investimenti grazie ai flussi di cassa generati dalle sue attività ramificate in ogni angolo delle nostre vite, presto potrebbe dover andare oltre. Il debito sta assumendo un ruolo più pesante nell’equilibrio di questi piani di spesa. Il fatto che Sarah Friar, la capa delle finanze di OpenAI, abbia buttato lì la richiesta al governo di un “backstop” per i suoi investimenti, un fondo di garanzia, ha fatto alzare più di un sopracciglio.
D’altra parte le finanze di Big Tech si stanno facendo più “strutturate”. Sarà il tempo a dirci se si limiteranno ad esser “creative” o sconfineranno nel “pericolose”, come quelle che portarono al collasso finanziario del 2008. In dieci mesi le aziende attive nell’IA hanno emesso bond per quasi 140 miliardi, un quarto più nell’anno scorso. E sempre più fanno ricorso a strutture complesse, come nel caso della maxi-emissione da 30 miliardi di Meta; usano veicoli (Spv) per tenere questi debiti fuori dai loro bilanci; li impacchettano in strumenti assistiti da attività (Abs), come gli stessi datacenter nei quali investono (ne sono stati emessi per oltre 13 miliardi quest’anno, +55%: lo avrebbe fatto da ultimo anche Blackstone, dice il DealBook).
Piersimoni marca ancora la distanza dalla bolla delle dotcom sottolineando che “oggi non c’è quella frenesia da quotazioni e operazioni straordinarie di fusione e acquisizione” che allora rappresentava plasticamente un assalto a una diligenza che in molti casi si rivelò vuota di tesori. Ma usa la stessa parola di Broggi per disegnare una seconda criticità che si profila: la “circolarità” degli accordi industriali-finanziari tra i colossi in campo. Esemplare in questo senso il triangolo Nvidia-OpenAI-Oracle basato su promesse d’investimento da 100 miliardi in cambio di domanda di potenza computazionale e chip. Un grande orticello in cui “finanzi chi acquista i tuoi beni, e non è mai un segno sanissimo”, dice Piersimoni.
Ultimo aspetto critico da considerare, soprattutto in ottica di portafoglio: il peso relativo che questi titoli hanno ormai sugli indici. Una sola di queste società è ormai capace di muovere tutto il suo listino. “Ragione per cui gli strumenti passivi di replica in questa fase difficilmente aiutano a una piena diversificazione”, chiosa Broggi.