Stiglitz: “Le disuguaglianze si possono combattere: la lezione di Mamdani. Tassare chi ha di più”
Eugenio OccorsioJoseph Stiglitz
«Quel milione di cittadini newyorkesi che ha votato per Zohran Mamdani rappresenta la prova vivente che Trump si può battere e mandare democraticamente a casa». Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, condivide il merito per la vittoria di Mamdani: è il «consulente informale» che ha scritto il programma economico del candidato vincente. Controllo degli affitti, sanità e la scuola calmierate, inclusione dei migranti, tassa sui super-ricchi, assistenza gratuita per i bambini, supermercati comunali che vendono a prezzo di costo: tutti frutti dell’esperienza — maturata in tante battaglie di giustizia sociale — del guru della Columbia University.
Stiglitz ci risponde da Pretoria dove ha portato al presidente Cyril Ramaphosa il “Rapporto…
«Quel milione di cittadini newyorkesi che ha votato per Zohran Mamdani rappresenta la prova vivente che Trump si può battere e mandare democraticamente a casa». Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, condivide il merito per la vittoria di Mamdani: è il «consulente informale» che ha scritto il programma economico del candidato vincente. Controllo degli affitti, sanità e la scuola calmierate, inclusione dei migranti, tassa sui super-ricchi, assistenza gratuita per i bambini, supermercati comunali che vendono a prezzo di costo: tutti frutti dell’esperienza — maturata in tante battaglie di giustizia sociale — del guru della Columbia University.
Stiglitz ci risponde da Pretoria dove ha portato al presidente Cyril Ramaphosa il “Rapporto sulle disuguaglianze globali” che il Sudafrica, presidente di turno del G20, presenterà al vertice di Johannesburg del 22 e 23 novembre.
È sicuro che Trump sia battibile anche su scala nazionale?
«Sarà dura ma è così. Ciò rende inspiegabile l’arrendevolezza e la compiacenza con cui il resto del mondo si è piegato senza discutere alle richieste di Trump. Come se fosse un inevitabile destino. Alimentando così la sua convinzione di avere sempre in mano le carte giuste. Ci sono solo due eccezioni: il Brasile e soprattutto la Cina».
Che ha dimostrato di essere ancora più assertiva di Trump?
«Esatto, e quando la Cina ha scoperto le sue, di carte, ecco che Trump ha dovuto accettare di negoziare. Terre rare contro meno dazi, e così via. Trump ha capito che non può sempre portarsi il bottino a casa e poi tutti zitti. Poteva benissimo contrapporsi, e conseguire un patto con obblighi reciproci, anche l’Europa, visto che ha tutti i titoli per trattare da pari a pari con gli Stati Uniti, con il 30% in più di popolazione e un’economia sostanzialmente analoga in termini di potere d’acquisto. Invece il 27 luglio a Turnberry in Scozia l’Ue ha sottoscritto (solo verbalmente perché nulla è stato firmato in quell’occasione) un’intesa palesemente sproporzionata, compresi inattuabili investimenti in America e smisurati acquisti di energia».
Tutto per l’arroganza di Trump?
«Eppure capitolare di fronte a lui non ha senso. Oltretutto, Trump sembra considerare la sua imprevedibilità e le sue improvvisazioni umorali come carte vincenti. Ma è vero il contrario, e lo scetticismo che traspare dalla Corte Suprema, che ha iniziato mercoledì scorso le udienze sulla costituzionalità delle decisioni sui dazi, va considerato un indicatore che il castello di carte potrebbe crollare, malgrado la Corte sia a maggioranza repubblicana e finora ha sempre sostenuto le misure del presidente».
La crisi dei dazi ci porterà tutti in recessione?
«Lo scenario peggiore, una crisi globale causata dai dazi, probabilmente non si verificherà. Resterà però, questo è sicuro, una forte incertezza sui mercati. Gli Stati Uniti e il mondo pagheranno un alto prezzo per queste politiche dissennate».
Un altro terreno di scontro Usa-Ue è sul fronte digitale: l’Europa difende le sue rigorose regole anche pensando all’euro digitale che Bruxelles vuole lanciare prima della fine del decennio, l’America non ne vuol sapere. Come finirà?
«Intanto, un pacchetto di norme, dalla tutela della privacy alla difesa contro i cyber-criminali, è indispensabile purché siano applicate senza distinzioni. Dotarsi di una moneta digitale in un mondo in cui esistono i bitcoin e migliaia di variazioni, mi sembra una decisione saggia. Se non lo fanno gli Stati, lo fanno i privati. È la strada che ha intrapreso l’America. Trump e la sua solita cricca di oligarchi corrotti si stanno arricchendo con gli stablecoin senza controlli né regole. È arrivato perfino un executive order che vieta alla Fed di proseguire le ricerche sul dollaro digitale».
È anche una via sicura perché aumentino le disuguaglianze. Lavorando su questo problema, la commissione da lei presieduta che ora ha presentato al governo sudafricano il report, che situazione ha riscontrato?
«Un peggioramento devastante. L’1% della popolazione mondiale si è accaparrato il 41% della nuova ricchezza creata fra il 2000 e il 2024, mentre il 50% meno ricco si è dovuto accontentare dell’1%. Pro capite, un individuo appartenente all’1% ha accresciuto i suoi guadagni di 1,3 milioni di dollari, mentre uno del 50% dei meno ricchi si è fermato a 585 dollari. Ancora più inquietante: uno su quattro cittadini del pianeta, ovvero 2,3 miliardi di persone, fronteggiano un’incertezza alimentare e sono spesso costrette a saltare almeno un pasto. Sono 335 milioni in più del 2019».
Quali rimedi proponete?
«Va creato un International Panel on Inequality, sul modello di quello istituito per la prevenzione sanitaria dopo il Covid, dotato di consistenti risorse da parte dei Paesi più avanzati. Per esempio, nei prossimi dieci anni è previsto che 70 trilioni di dollari saranno ereditati. Occorre tassarli in modo adeguato, riservando il ricavato alla lotta contro le disuguaglianze. Sono scelte politiche: i trend negativi possono essere rovesciati».
Anche una tassa sui ricchi?
«È giusto che chi ha di più restituisca qualcosa alla comunità. Con aliquote progressivamente più alte».
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