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Svizzera, la frontiera del salario minimo

A picture taken from the Italian side of the border between Italy and Switzerland shows cars crossing the border, in Chiasso, on November 25, 2024. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP) (Photo by MARCO BERTORELLO/AFP via Getty Images) 

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Elvetici furiosi per gli italiani che lavorano con lo stipendio di base: per loro è da fame, mentre per i nostri cittadini è un super-assegno
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Il salario minimo, che in Italia è fonte di dibattito perché è stato derubricato dall’agenda per volere del governo Meloni, non sempre dove c’è crea l’unanimità tra i lavoratori. È il caso del canton Ticino in cui, dal gennaio scorso, la paga oraria non può essere inferiore ai 20 franchi. Ne beneficiano, evidentemente, anche i 78.855 frontalieri italiani, censiti nel Cantone italofono, nel primo semestre di quest’anno. Ed è qui, con i lavoratori che, quotidianamente, attraversano il confine elvetico dalle province di Sondrio, Como, Varese e Verbano-Cusio-Ossola che nasce un problema.

Così come l’hanno evidenziato due deputati del legislativo ticinese: Matteo Pronzini del Movimento per il Socialismo (estrema sinistra) e Amalia Mirante di Avanti Ticino&Lavoro, nato da una costola del Partito Socialista. “Il salario minimo- dice Mirante ad Affari&Finanza -ha evitato paghe a 12–13 franchi l’ora. Adesso almeno sotto i 20 franchi non si va più. Ma non basta. Non possiamo essere la m…

Il salario minimo, che in Italia è fonte di dibattito perché è stato derubricato dall’agenda per volere del governo Meloni, non sempre dove c’è crea l’unanimità tra i lavoratori. È il caso del canton Ticino in cui, dal gennaio scorso, la paga oraria non può essere inferiore ai 20 franchi. Ne beneficiano, evidentemente, anche i 78.855 frontalieri italiani, censiti nel Cantone italofono, nel primo semestre di quest’anno. Ed è qui, con i lavoratori che, quotidianamente, attraversano il confine elvetico dalle province di Sondrio, Como, Varese e Verbano-Cusio-Ossola che nasce un problema.

Così come l’hanno evidenziato due deputati del legislativo ticinese: Matteo Pronzini del Movimento per il Socialismo (estrema sinistra) e Amalia Mirante di Avanti Ticino&Lavoro, nato da una costola del Partito Socialista. “Il salario minimo- dice Mirante ad Affari&Finanza -ha evitato paghe a 12–13 franchi l’ora. Adesso almeno sotto i 20 franchi non si va più. Ma non basta. Non possiamo essere la manodopera a basso costo del Paese: così perdiamo la nostra prossima generazione». Non solo “la manodopera a basso costo del Paese” ma, addirittura, così si è sfogata Amalia Mirante con il portale Ticinonline «la Cina della Svizzera».

Le tensioni sociali

«Guardi - ci dice ancora - la diffusione di salari insufficienti a sostenere il costo della vita aumenta la pressione sullo Stato sociale e accresce le tensioni sociali». È giusto precisare - a questo punto - che a Zurigo, dove già gli stipendi sono mediamente più elevati che in Ticino (7.240 franchi mensili contro 5.590), il salario minimo sfiora i 24 franchi l’ora.

i frontalieri nel Canton Ticino per settore di attività economica

In tutto questo, cosa c’entrano i frontalieri? C’entrano, stando agli stessi Mirante e Pronzini. Perché nelle stesse aziende in cui lavorano i pendolari italiani, di fatto attirati da quel salario minimo, i dipendenti indigeni si trovano a un pari livello di retribuzione che ai loro occhi risulta molto meno attraente. In sostanza: se i frontalieri, con 20 franchi all’ora, si portano a casa un bello stipendio, i loro colleghi ticinesi, con la medesima cifra, sono al limite della povertà.

Esemplare, al riguardo, questo sfogo proprio di un lavoratore ticinese, apparso su di un social media: «Si parla di essere giusti e di non sfruttare le persone, ma se gli sfruttati siamo noi svizzeri bisogna tenere la bocca chiusa?

Il calcolo con il costo della vita

Perché non dare a entrambi la paga uguale, calcolando però il costo della vita del Paese in cui si vive? Se noi veniamo pagati un tot e viviamo di stenti perché l’italiano a casa sua con la stessa paga si fa pure la casa al mare?». Più o meno dello stesso tenore il post di un altro ticinese che ritiene il salario minimo una sorta di fregatura: «Nell’azienda in cui lavoro sono l’unico residente, a parte il proprietario. Al netto di tasse e cassa malati, il mio stipendio risulta inferiore di circa 500 franchi rispetto a quello dei miei colleghi frontalieri, che non pagano né sanità né imposte in Svizzera».

frontalieri in svizzera

«In realtà- spiega il professor Sergio Rossi, ordinario di macroeconomia e di economia monetaria nell’Università di Friburgo - i frontalieri non hanno alcuna colpa e, perciò, non andrebbero demonizzati. Sono le aziende, che assumono frontalieri pur essendoci la disponibilità di lavoratori residenti in Ticino, a dover essere accusate di questa situazione precaria nel mercato del lavoro ticinese».

Per l’esperto una soluzione a questa situazione di tensione e di rancore tra lavoratori ci sarebbe. «Lo Stato - afferma Rossi - dovrebbe usare il bastone e la carota al fine di incentivare le aziende ad assumere i lavoratori residenti disponibili nel loro ramo di attività, riducendo l’aliquota d’imposta sugli utili di queste imprese, mentre dovrebbe aumentare l’aliquota d’imposta per le imprese che assumono frontalieri, quando c’è una evidente disponibilità di manodopera locale». Insomma, meno tasse a chi privilegia il personale residente. Anche la deputata Mirante è d’accordo con la necessità di premiare le aziende “virtuose”, che rifiutano il dumping salariale, paradossalmente innescatosi con il salario minimo. «Si potrebbero incentivare queste aziende. Perché il rischio è che anche quelle che fanno sforzi e sacrifici per dare salari maggiori e una qualità di vita ai loro collaboratori, quelle che non sfruttano il “frontalierato” per risparmiare sugli stipendi e guadagnare di più, anche loro presto o tardi saranno costrette a rivedere le loro posizioni per sopravvivere a questa concorrenza sleale».

Rischio dell’esplosione di una guerra tra poveri

Se vogliamo, è un po’ paradossale che anche a sinistra, dopo anni che la destra ha fatto fortuna battendo il chiodo dei frontalieri che rubano il lavoro ai ticinesi, ci si accorga che più cresce il numero dei pendolari che arrivano da oltre confine, più c’è il rischio dell’esplosione di una guerra tra poveri. È vero, i sovranisti dell’Unione Democratica di Centro dipingevano i frontalieri italiani come dei “ratti” che si intrufolavano nel formaggio svizzero, mentre Amalia Mirante e Matteo Pronzini, non sono per nulla grevi nel loro argomentare. Il fatto è che, pur essendo il Ticino un Cantone universitario, con una facoltà di Economia e, presto, una di Medicina, i frontalieri non fanno più solo i lavori che i ticinesi rifiutano. Si sono inseriti nel terziario e senza di loro la sanità si fermerebbe. Lo ammette senza mezzi termini la stessa Mirante: «Molti giovani qualificati qui non trovano lavoro, mentre oltre San Gottardo vengono subito valorizzati».

Nonostante, come detto, un’offerta di istruzione superiore di buon livello, arricchito pure dall’esistenza di una facoltà di Scienze della Comunicazione, in un panorama mediatico disastrato. I due quotidiani sopravvissuti (una volta erano cinque) hanno invocato e ottenuto un contributo statale per non chiudere. La radiotelevisione pubblica, RSI, rischia lo smantellamento nel caso in cui, il prossimo anno, passi in votazione la riduzione di un terzo del canone, voluto dalla destra. Poi è vero che Lugano, grazie a Tether, è diventata una delle capitali europee delle criptovalute. Ma lì il salario minimo lì non esiste.

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