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Allarme Bce sulla crescita: “Europa a due velocità, Italia e Germania ferme”

Christine Lagarde 

 

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I dati del Pil del terzo trimestre mostrano che altri Paesi, come Spagna e Olanda, reagiscono meglio alla frenata dell’economia
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BERLINO – Da locomotive a zavorre, da paesi di punta a pesi morti: la Germania e l’Italia si sono insabbiate. La prima e la terza industria manifatturiera europea non riescono a tenere il passo di un mondo che sta rapidamente cambiando e sta penalizzando soprattutto i campioni dell’industria classica e dell’export. E sull’ultimo bollettino della Bce i numeri crudi del Pil hanno reso evidente la forbice che si sta creando in Europa tra Paesi come la Spagna, o i Paesi Bassi, che crescono dello 0,6% e dello 0,4%, e Italia e Germania che sono rimaste al palo. Nel terzo trimestre, hanno scritto gli economisti di Francoforte, la crescita «ha continuato a essere caratterizzata da notevoli differenze tra le maggiori economie dell’area dell’euro». Quella che sta emergendo è un’Europa a due velocità.

L’Italia soffre ogni volta che la Germania si ammala: le due economie sono estremamente interconnesse e una quota importante di indotto delle principali industrie tedesche arriva dal nostro Paese. …

BERLINO – Da locomotive a zavorre, da paesi di punta a pesi morti: la Germania e l’Italia si sono insabbiate. La prima e la terza industria manifatturiera europea non riescono a tenere il passo di un mondo che sta rapidamente cambiando e sta penalizzando soprattutto i campioni dell’industria classica e dell’export. E sull’ultimo bollettino della Bce i numeri crudi del Pil hanno reso evidente la forbice che si sta creando in Europa tra Paesi come la Spagna, o i Paesi Bassi, che crescono dello 0,6% e dello 0,4%, e Italia e Germania che sono rimaste al palo. Nel terzo trimestre, hanno scritto gli economisti di Francoforte, la crescita «ha continuato a essere caratterizzata da notevoli differenze tra le maggiori economie dell’area dell’euro». Quella che sta emergendo è un’Europa a due velocità.

L’Italia soffre ogni volta che la Germania si ammala: le due economie sono estremamente interconnesse e una quota importante di indotto delle principali industrie tedesche arriva dal nostro Paese. Dopo l’anno record 2022, l’interscambio commerciale è stato anche nel 2024 il terzo più alto di sempre e ha raggiunto quota 156 miliardi. Ma negli ultimi mesi le notizie economiche da Berlino sono sembrate spesso dei bollettini di guerra. Settori cruciali dell’industria made in Germany che hanno anche un enorme impatto sull’economia italiana come l’automotive, la siderurgia o la chimica hanno perso la bussola.

I bilanci più recenti sono in profondo rosso, annientati dai dazi di Trump, erosi da un mercato come quello cinese sempre più impenetrabile per i grandi marchi come Volkswagen o Bmw o Bosch. Pechino è ormai un gigante - e non solo delle macchine elettriche - che sta espellendo tutti i concorrenti. E guardando ai dati più recenti di Vw o Mercedes, si scopre ad esempio che anche i modelli elettrici che stanno provando tardivamente a piazzare ai cinesi tirano pochissimo.

E poi c’è la fragilità strutturale di un Paese che non è mai riuscito a fare il “derisking” rispetto alla Cina promesso da anni, a diversificare e a guarire dalla sua dipendenza dalle terre rare o altri minerali e prodotti forniti da Pechino. Nelle scorse settimane è bastata l’impasse tra il Dragone e i Paesi Bassi sui semiconduttori Nexperia a far scattare l’allarme rosso nell’auto, nella produzione di macchinari, nell’elettronica. E a mettere di pessimo umore gli economisti che hanno cominciato già a pronosticare per il 2025 un terzo anno consecutivo di recessione, se la crisi delle forniture di chip dovesse costringere l’industria a chiudere gli stabilimenti per una, due o tre settimane.

A peggiorare ulteriormente il quadro ci si è messo il governo Merz che sta spendendo malissimo la montagna di miliardi a debito destinati inizialmente alle infrastrutture e alla difesa. È vero che costituiranno la parte da leone dell’aumento del Pil dell’anno prossimo. Ma anche “drogata” dai maxi stimoli pubblici, la Germania crescerà soltanto dello 0,9%. «Non è una ripresa» è il verdetto tranchant emesso nei giorni scorsi dai “saggi economici” che consigliano il governo tedesco.

E non solo perché la domanda di famiglie e imprese resta debole. «La crescita è fiacca, eppure l’extrabilancio non viene sfruttato per misure che possano stimolare la crescita», ha commentato l’economista di Berkeley e membro del comitato Ulrike Malmendier. Il governo spende troppo poco per le infrastrutture, troppo per sgravi e altri investimenti infruttuosi. E le riforme «mancano quasi completamente». Insomma, la Germania non è solo un Paese fermo: sembra incapace di rimettersi in moto.

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