ROMA - L’assalto della maggioranza alla manovra perde i primi pezzi. A cadere è l’emendamento di Fratelli d’Italia che introduce una stretta sullo sciopero nei trasporti. Neppure il tempo di essere esaminato dalla commissione Bilancio del Senato, dove la Finanziaria ha iniziato il suo iter parlamentare, che già arriva il dietrofront. Lo annuncia il senatore meloniano Matteo Gelmetti, primo firmatario della proposta: “Ritengo opportuno ritirare l’emendamento” perché - spiega - “per ragioni oggettive mancano le condizioni per una discussione approfondita ed ampia”.
La retromarcia non cancella però le convinzioni su quello che lo stesso parlamentare definisce "un vero e proprio fenomeno di dumping degli scioperi”. Ecco perché il tentativo sarà riproposto sotto forma di disegno …
ROMA - L’assalto della maggioranza alla manovra perde i primi pezzi. A cadere è l’emendamento di Fratelli d’Italia che introduce una stretta sullo sciopero nei trasporti. Neppure il tempo di essere esaminato dalla commissione Bilancio del Senato, dove la Finanziaria ha iniziato il suo iter parlamentare, che già arriva il dietrofront. Lo annuncia il senatore meloniano Matteo Gelmetti, primo firmatario della proposta: “Ritengo opportuno ritirare l’emendamento” perché - spiega - “per ragioni oggettive mancano le condizioni per una discussione approfondita ed ampia”.
La retromarcia non cancella però le convinzioni su quello che lo stesso parlamentare definisce "un vero e proprio fenomeno di dumping degli scioperi”. Ecco perché il tentativo sarà riproposto sotto forma di disegno di legge. Cambia lo strumento, ma restano in piedi le ragioni che hanno portato a ideare l’obbligo per i lavoratori di dichiarare “preventivamente la propria intenzione di aderire allo sciopero”, almeno sette giorni prima e attraverso una comunicazione “irrevocabile”.
Per un emendamento che decade, altre decine provano a scardinare l’impianto della manovra approvata dal Consiglio dei ministri. Seppure numericamente inferiori a quelle di Forza Italia (677) e FdI (circa 500), le 399 correzioni del Carroccio sono quelle che incidono di più su quei saldi che il ministro leghista dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha raccomandato più volte di lasciare invariati.
Dall’allargamento della rottamazione alla cancellazione dell’aumento dell’età pensionabile, il fascicolo dei leghisti è parecchio oneroso. Il pacchetto delle modifiche alla nuova definizione agevolata delle cartelle fiscali include l’accesso ai contribuenti decaduti dalla quater, di cui si allargano anche le maglie, che hanno ricevuto un accertamento.
Ma si chiede anche il dimezzamento degli interessi, dal 4% al 2%, e l’introduzione di due solleciti per l’ultima rata non pagata, in tutto o in parte, ritardando così la decadenza. Costo: 365 milioni.
Più defilato l’emendamento che chiede di estendere la rottamazione a tutti i contribuenti “pizzicati” dal Fisco. L’unico criterio richiesto è la presentazione della dichiarazione dei redditi, ma il testo è stato scritto male. Verrà corretto perché la formulazione depositata a Palazzo Madama non allarga il perimetro della rottamazione.
A far lievitare i costi delle richieste è la previdenza. Oltre alla cancellazione dell’aumento di tre mesi dell’età pensionabile (un mese in più dal 2027 e due dal 2028), le proposte includono anche la proroga nel 2026 di Opzione donna e quota 103 (la stessa richiesta arriva da FI).
Nell’elenco degli emendamenti ci sono anche lo stop all’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi, una flat tax al 5% per favorire l’assunzione dei giovani, l’anticipo al 2026 dei fondi per il Piano casa e il rinvio della seconda rata degli acconti delle imposte.
Chi paga? La Lega ha le idee chiare: banche e assicurazioni, versando più Irap. Il pressing è anche su Palazzo Chigi affinché riapra l’accordo con l’Abi sul contributo a carico degli istituti. Ma fonti di governo sbarrano la strada: "L’intesa - dicono - non si tocca”.