Investire in titoli di società che si occupano di armi è sostenibile o no? La domanda sembra paradossale, ma dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, molti fondi di investimento Esg hanno risposto “sì”. La tendenza è stata bollinata la settimana scorsa anche dal Fondo sovrano norvegese, il più grande a livello mondiale con oltre duemila miliardi di asset in gestione, che ha deciso di cambiare le proprie regole per investire in chi produce armi.
Non che non sia lecito investire in titoli della difesa, soprattutto in un contesto geopolitico dove alle porte dell’Europa un Paese come la Russia si presenta più aggressivo che mai. Ma dipingerli di verde è forse troppo, con il rischio di screditare gli stessi criteri Esg (Environmental, social e governance) oggi già sotto pressione per il diretto attacco di Trump che non li vede di buon occhio, e per una politica europea che sta ammorbidendo le sue posizioni in materia.
Secondo i numeri di Morningstar, nel terzo trimestre del 2025 i fondi so…
Investire in titoli di società che si occupano di armi è sostenibile o no? La domanda sembra paradossale, ma dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, molti fondi di investimento Esg hanno risposto “sì”. La tendenza è stata bollinata la settimana scorsa anche dal Fondo sovrano norvegese, il più grande a livello mondiale con oltre duemila miliardi di asset in gestione, che ha deciso di cambiare le proprie regole per investire in chi produce armi.
Non che non sia lecito investire in titoli della difesa, soprattutto in un contesto geopolitico dove alle porte dell’Europa un Paese come la Russia si presenta più aggressivo che mai. Ma dipingerli di verde è forse troppo, con il rischio di screditare gli stessi criteri Esg (Environmental, social e governance) oggi già sotto pressione per il diretto attacco di Trump che non li vede di buon occhio, e per una politica europea che sta ammorbidendo le sue posizioni in materia.
Secondo i numeri di Morningstar, nel terzo trimestre del 2025 i fondi sostenibili globali, che valgono 3.700 miliardi di dollari, hanno registrato deflussi netti pari a circa 55 miliardi, una tendenza che va avanti da un anno.
Di fronte a uno scenario difficile e in calo, molti gestori Esg hanno pensato di diventare più appetibili lasciando intravedere ai possibili sottoscrittori guadagni più lauti con l’inserimento in portafoglio dei titoli della Difesa, tra i migliori performer sui listini. L’indice Stoxx Aerospace & Defence che raggruppa i titoli europei del comparto, come Rheinmetal, Saab e Leonardo, dallo scoppio della guerra in Ucraina (24 febbraio 2022) a oggi ha quasi quadruplicato il proprio valore, mentre l’S&P Aerospace & Defense Select Industry Index che raccoglie le società con sede in Usa è salito del 113%.
In Europa oggi quasi un fondo Esg su due (43%) ha aperto un’esposizione sul settore Aerospazio e Difesa. Grandi case di investimento Usa come BlackRock, ma anche europee come Amundi e Allianz hanno fatto da apripista e in alcuni casi il peso del comparto va oltre il 10%. Ora arriva a convalidare le scelte anche il Fondo sovrano norvegese.
A dare il via libera, però, è stata proprio l’Unione europea, alla ricerca di soldi per finanziare il proprio piano di riarmo. La Commissione ha messo nero su bianco che «il quadro finanziario sostenibile dell’Ue è compatibile con gli investimenti nel settore della difesa». Al massimo si può discutere su quali armi siano da escludere.
L’Esma, l’autorità di regolamentazione dei mercati finanziari europea, continua a ritenere che le mine antiuomo, le armi biologiche, chimiche e le munizioni a grappolo siano controverse e incompatibili con gli investimenti sostenibili. Di fatto è passato il concetto che tutto ciò che contribuisce a difendere uno Stato da una possibile aggressione è sostenibile. In realtà sarebbe stato meglio creare una categoria al di fuori delle tre iniziali che compongono la sigla Esg. Perché con l’ambiente, il sociale e la governance le armi non hanno nulla a che fare, neppure per difendere la libertà o la democrazia come qualcuno si affanna a sostenere.
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