Ramenghi (Ubs): “Prezzi alti ma non c’è una bolla, i profitti dell’IA sono miliardari”
di Eugenio OccorsioROMA – “Qualunque sia la reazione dei mercati oggi, non si può parlare di bolla dell’intelligenza artificiale perché già si è superato il passaggio-chiave: gli investimenti sono stellari, ma anche i profitti delle aziende interessate sono molto alti e soprattutto sono in crescita». Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs Wm Italia, è come tutti vittima di «un po’ di vertigine» di fronte alle cifre dell’IA, però è fiducioso.
Perché?
«Intanto perché, per quanto elevate, le valutazioni del settore hanno in teoria ancora margini di crescita. Nel 1999, alla vigilia della crisi dell’anno successivo, i titoli tecnologici scambiavano con un multiplo di 70 volte gli utili attesi. Oggi non si è ancora andati oltre le 30 volte. E poi, a dare forza ai gruppi interessati, c’è il fatto che questi non sono “solo IA”. Pensi a Meta, a Microsoft, a Google: hanno ben altri business di base. Soffriranno le aziende nate per l’IA e concentrate solo su quella, magari neanche quotate in Borsa, che va…
ROMA – “Qualunque sia la reazione dei mercati oggi, non si può parlare di bolla dell’intelligenza artificiale perché già si è superato il passaggio-chiave: gli investimenti sono stellari, ma anche i profitti delle aziende interessate sono molto alti e soprattutto sono in crescita». Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs Wm Italia, è come tutti vittima di «un po’ di vertigine» di fronte alle cifre dell’IA, però è fiducioso.
Perché?
«Intanto perché, per quanto elevate, le valutazioni del settore hanno in teoria ancora margini di crescita. Nel 1999, alla vigilia della crisi dell’anno successivo, i titoli tecnologici scambiavano con un multiplo di 70 volte gli utili attesi. Oggi non si è ancora andati oltre le 30 volte. E poi, a dare forza ai gruppi interessati, c’è il fatto che questi non sono “solo IA”. Pensi a Meta, a Microsoft, a Google: hanno ben altri business di base. Soffriranno le aziende nate per l’IA e concentrate solo su quella, magari neanche quotate in Borsa, che vanno avanti solo ad aumenti di capitale e aspettano di essere acquistate da qualche major. Proprio come succedeva per le dot.com».
Però Nvidia appartiene proprio al gruppo delle aziende “mono-liner”: è esposta a rischi maggiori?
«Direi di no, perché è riuscita a conquistare una leadership incontrastata in un settore, mettendosi al riparo da eventuali bolle. L’intelligenza artificiale realisticamente rappresenta una rivoluzione davvero epocale, al livello della rivoluzione industriale o della stessa Internet. Però di Nvidia ce n’è una sola, come ha ribadito lo stesso Trump, e c’è anche chi ha parlato di una garanzia federale sui debiti delle Big Tech».
Si può ipotizzare che il mercato possa valere fino a 1.500 miliardi di dollari. Essendo pochi i leader, è inevitabile che abbiano valutazioni elevate
In base ai vostri calcoli, qual è oggi l’impatto economico dell’IA?
«Si può ipotizzare che il mercato possa valere fino a 1.500 miliardi di dollari. Essendo pochi i leader, è inevitabile che abbiano valutazioni elevate».
Con quali conseguenze economiche e sociali?
«Anche qui consiglio di non essere pessimisti. L’automazione è inarrestabile, ma le società hanno dimostrato di sapersi adattare creando nuove figure professionali. Storicamente l’aumento della produttività ha ridotto l’orario lavorativo e il maggior tempo libero viene utilizzato creando nuovi posti di lavoro. Come prova la crescita del turismo, che oggi equivale al 9% del Pil mondiale, o dello sport, che ha raggiunto un volume globale di 3mila miliardi di dollari».