Mapelli (PoliMi): “Anche con lo Stato, è ormai impossibile salvare l’ex Ilva di Taranto”
di Francesco ManacordaMILANO – «Salvare l’Ilva di Taranto è un’operazione ai limiti dell’impossibile. Chi arrivasse oggi per far ripartire la produzione si troverebbe di fronte a spese enormi, superiori perfino a quel che ci vorrebbe per creare uno stabilimento siderurgico da zero, dal cosiddetto greenfield». Carlo Mapelli parla da professore di metallurgia del Politecnico di Milano, ma anche da espertissimo dell’Ilva: oltre dieci anni fa il suo apporto da consulente dell’allora commissario Enrico Bondi, fu fondamentale per presentare il piano di decarbonizzazione dell’impianto pugliese.
Perché oggi Taranto è quasi impossibile da salvare?
«Perché quel sito non ha più impianti attivi che siano in grado di produrre la ricchezza necessaria per so…
MILANO – «Salvare l’Ilva di Taranto è un’operazione ai limiti dell’impossibile. Chi arrivasse oggi per far ripartire la produzione si troverebbe di fronte a spese enormi, superiori perfino a quel che ci vorrebbe per creare uno stabilimento siderurgico da zero, dal cosiddetto greenfield». Carlo Mapelli parla da professore di metallurgia del Politecnico di Milano, ma anche da espertissimo dell’Ilva: oltre dieci anni fa il suo apporto da consulente dell’allora commissario Enrico Bondi, fu fondamentale per presentare il piano di decarbonizzazione dell’impianto pugliese.
Perché oggi Taranto è quasi impossibile da salvare?
«Perché quel sito non ha più impianti attivi che siano in grado di produrre la ricchezza necessaria per sostituire gli stessi impianti. E le spese, con le bonifiche, l’abbattimento di capannoni e impianti non più utilizzati, potrebbero essere affrontate solo con una disponibilità finanziaria illimitata o quasi. E poi la crisi dell’Ilva parte anche da un cambiamento strutturale avvenuto dopo il 2008. Quel modello di impianto siderurgico che in teoria poteva arrivare a 9 milioni di tonnellate l’anno era nato per un’economia in via di sviluppo, che doveva costruire strade, case, ponti… All’epoca fu un modello utile ed efficiente per l’Italia, ma negli anni l’Ilva non ha avuto la capacità di “verticalizzare”, offrendo i prodotti richiesti dal mercato».
Carlo Mapelli
Che significa “verticalizzare”?
«Quell’impianto ha sempre puntato sui grandi volumi di cosiddetto “black coil”, il laminato a caldo che non è un prodotto finito come il laminato a freddo, magari anche zincato o alluminato per resistere alla corrosione. Di fatto ha continuato a produrre quella che è una commodity offerta anche da molti altri operatori, spesso con prezzi più bassi e buona qualità».
Dunque, che fare? Davvero non esistono possibilità?
«Bisognerebbe prima di tutto accettare una diminuzione della capacità produttiva di Taranto, che ridurrebbe anche le spese di ristrutturazione. Ma bisognerebbe accettare anche una dolorosa riduzione occupazionale: sarebbe un’Ilva con non più di 3.000 persone a Taranto e magari altre 1.000 o 1.200 tra i Genova e Novi Ligure. Bisogna guardare in faccia la realtà: oggi la transizione sarebbe molto più dolorosa di quanto sarebbe stata con il piano scritto da Bondi e me nel 2014».
In quel piano voi parlavate già di decarbonizzazione, chiudendo gli altiforni...
«Sì, ma era una transizione graduale, che da una parte limitava i rischi produttivi e dall’altra considerava i fattori ambientali ma anche la sostenibilità energetica del processo che trasforma il minerale nel cosiddetto “Dri”, il preridotto che va poi nel forno elettrico, che oggi è il vero problema. Chi parla di decarbonizzazione ha preso l’ultima pagina del nostro piano ma non ha letto quelle precedenti».
E che dicevano quelle pagine?
«Ad esempio che una premessa era garantirsi e fidelizzare il produttore di minerale. Il minerale di ferro che entra nei preriduttori per produrre il Dri non è lo stesso che si utilizza nell’altoforno, ma costa il 30% in più. E l’offerta di quel minerale è già carente per i preriduttori che sono stati costruiti in questi anni e per quelli che sono in costruzione. Oggi ci sarebbero molte difficoltà a reperirlo».
Quindi anche la soluzione di decarbonizzare con il preridotto rischia di essere economicamente insostenibile?
«Esatto. Infatti bisognerebbe anche valutare altri scenari: dall’utilizzo del rottame a metodi che non rinunciano al carbonio ma prevedono la cattura di Co2. Ma il punto vero è che a Taranto ormai bisogna fermare l’impianto, demolirlo e costruirne uno nuovo».
E nessun soggetto industriale ci pensa lontanamente...
«Perché nessuno può permettersi di spendere cifre così importanti in una produzione che non garantisce l’equilibrio finanziario».
E lo Stato?
«C’è un altro problema che è quello dei creditori dell’Ilva. Se entrasse un soggetto privato potrebbe decidere di limitare il pagamento dei debiti, ma se entra lo Stato non può non rimborsare tutti perché sennò mette a repentaglio la sua credibilità come debitore affidabile. Ma in questo caso servirebbero altre cifre enormi, probabilmente sopra il miliardo di euro. Insomma, anche la nazionalizzazione non è un percorso facile».