ROMA – «È giusto che le agenzie di rating premino la coerenza con cui l’Italia imposta la politica di bilancio. Il problema è che a partire dal 2026 non avremo più la spinta del Pnrr per finanziare la crescita, che si avvia a essere una grande occasione perduta». Brunello Rosa, docente di macroeconomia alla London School of Economics, segue con immutata passione le vicende italiane.
Perché il Pnrr è un’occasione perduta?
«Con esso andavano finanziate infrastrutture nella scuola, nei trasporti, nella sanità, nonché importanti investimenti industriali e nel capitale umano per incrementare la produttività. Invece è stato usato per finanziare una miriade di progetti il cui impatto è limitato, al punto che senza i fondi del Pnrr il Paese sare…
ROMA – «È giusto che le agenzie di rating premino la coerenza con cui l’Italia imposta la politica di bilancio. Il problema è che a partire dal 2026 non avremo più la spinta del Pnrr per finanziare la crescita, che si avvia a essere una grande occasione perduta». Brunello Rosa, docente di macroeconomia alla London School of Economics, segue con immutata passione le vicende italiane.
Perché il Pnrr è un’occasione perduta?
«Con esso andavano finanziate infrastrutture nella scuola, nei trasporti, nella sanità, nonché importanti investimenti industriali e nel capitale umano per incrementare la produttività. Invece è stato usato per finanziare una miriade di progetti il cui impatto è limitato, al punto che senza i fondi del Pnrr il Paese sarebbe già in recessione come detto dallo stesso governo. Comunque abbiamo ancora un anno di utilizzo dei fondi, speriamo che venga finalmente interpretato lo spirito del programma».
Qual è il nesso con l’upgrade di Moody’s?
«L’esistenza del Pnrr ha permesso di mantenere il rigore dei conti, solo che sta per scadere e l’anno prossimo può essere inevitabile ricorrere a deficit aggiuntivo e così al debito. Le agenzie fotografano la situazione in un certo momento, e il momento è favorevole all’Italia. Anche in termini relativi: la Francia è finita in una sorta di mini-crisi con un debito del 120%, e i Treasury Bonds americani conoscono sensibili fibrillazioni per lo stesso motivo. La mossa di Moody’s ha poi un altro significato più sottile».
Ovvero?
«Averci sollevato dall’ultima posizione nel ranking dà all’agenzia più spazio di manovra: se scoppiasse una crisi dei mercati, come paventato dalla Banca d’Italia, l’Italia sarebbe esposta e Moody’s potrebbe declassarci. Se fossimo all’ultimo posto, finiremmo nella categoria dei junk-bond con conseguenze devastanti. Ciò spiega la determinazione di Giorgetti nel portarci più su in classifica: quando si trattava di darci addosso le agenzie lo facevano senza problemi, come con la Finanziaria 2018 del reddito di cittadinanza e Quota 100. Ora riconoscono gli anni di disciplina sotto governi tecnici e di ogni colore».
L’ultima eredità di cui liberarsi è stato il superbonus.
«Era il retaggio della pandemia, quando tutti erano alla ricerca di soluzioni. In Italia si scelse l’edilizia perché è un lavoro che si può fare all’aperto. Poi è diventato ingombrante».
Lo scossone può venire da Wall Street con lo scoppio della bolla dell’IA?
«Non mi sembra probabile. I mercati si sono come al solito fatti prendere la mano e sono finiti fuori giri perché i risultati degli investimenti si valutano in dieci anni, non in dieci mesi. Ma a differenza della crisi delle dotcom, quando il Nasdaq era zeppo di startup sconosciute, ora sono in campo giganti come Microsoft, Apple, Google, in grado sostenere un possibile rovescio».