Dazi, Usa-Ue trattano su pasta e vino: la lista di Bruxelles e l'allarme dumping cinese sull'acciaio
di Raffaele RicciardiMILANO – Pasta, formaggio, vini e liquori, ma anche olio d'oliva e occhiali da sole. È vasto il menu da servire alla tavola rotonda odierna tra la delegazione americana che tratta il dossier dazi per conto di Donald Trump – il segretario al Commercio Howard Lutnick e il rappresentante Jamieson Greer – e il commissario europeo al Commercio Maroš Šef?ovi?, attesi a una mattina di lavoro e a una conferenza stampa a metà pomeriggio.
Ambiti che dividono gli alleati atlantici, da una parte, mentre c’è un comparto che spinge perché l’Occidente torni a marciare unito, in una “Lega di democrazie” capace di fronteggiare il comune avversario cinese: è il settore dell’acciaio. Un comparto stretto dalla crisi che attraversa l’industria europea, esacerbata dalla sovrabbondanza di produzione cinese, che da quando non ha trovato più una valvola di sfogo nel settore immobiliare domestico si è pericolosamente affastellata alle dogane del resto del mondo.
MILANO – Pasta, formaggio, vini e liquori, ma anche olio d'oliva e occhiali da sole. È vasto il menu da servire alla tavola rotonda odierna tra la delegazione americana che tratta il dossier dazi per conto di Donald Trump – il segretario al Commercio Howard Lutnick e il rappresentante Jamieson Greer – e il commissario europeo al Commercio Maroš Šef?ovi?, attesi a una mattina di lavoro e a una conferenza stampa a metà pomeriggio.
Ambiti che dividono gli alleati atlantici, da una parte, mentre c’è un comparto che spinge perché l’Occidente torni a marciare unito, in una “Lega di democrazie” capace di fronteggiare il comune avversario cinese: è il settore dell’acciaio. Un comparto stretto dalla crisi che attraversa l’industria europea, esacerbata dalla sovrabbondanza di produzione cinese, che da quando non ha trovato più una valvola di sfogo nel settore immobiliare domestico si è pericolosamente affastellata alle dogane del resto del mondo.
Il pressing dell’acciaio
Probabile dunque che sul tavolo finisca anche il dossier dell’acciaio, sul quale gli Usa impongono un dazio del 50 per cento. Sulla stessa posizione si è messa a ruota Bruxelles. E infatti qui le strategie potrebbero essere consonanti: stando a quanto riportato dal Financial Times c’è infatti la volontà tra i governi occidentali di unire il fronte contro le produzioni a basso costo di Cina e altri Paesi asiatici: “Un forte senso d’urgenza” in questa direzione è emerso qualche giorno fa in seno al comitato strategico dell’Ocse che proprio di acciaio si occupa, ha ricostruito Catherine Cobden, presidente della Canadian Steel Producers Association. Le stime parigine dicono di una produzione destinata a superare, entro il 2027, di oltre un terzo la domanda: una sovraccapacità che viene in larga parte dagli impianti di Pechino, che riforniscono la metà del mercato mondiale.
Lo stesso Sefcovic ha fatto chiaro riferimento al problema del dumping (sollevato più volte anche dai produttori italiani) non più tardi della scorsa settimana, parlando in quel caso ai produttori di alluminio. Dopo aver illustrato i piani di espansione commerciale verso nuovi quadranti del mondo, in risposta alle tariffe Usa, ha assicurato che “la nostra apertura è solo una faccia della medaglia: siamo pronti a proteggere l’industria Ue”. E ancora: “Tutti devono rispettare le regole. Non esiteremo a utilizzare in modo rapido ed efficiente i nostri strumenti di difesa commerciale contro le importazioni in dumping o sovvenzionate in modo sleale”.
Basta ricordare che per il comitato in seno all’Ocse la Cina sovvenziona la sua produzione dieci volte quanto si faccia nella media delle economie avanzate per capire che anche nel ramo dell’acciaio il problema è ben presente.
Problema acuito dal costo sociale di questo squilibrio, che rischia di esser enorme. Eurometal, che aggrega gli utilizzatori dell’acciaio a valle, calcola che 3 milioni di posti di lavoro nell'industria europea siano a rischio a causa di un'"ondata silenziosa" di acciaio ingiustamente sovvenzionato, che finisce nei beni importati e su cui non c’è sufficiente filtro. Il Ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere al Ft che sono “scuse per misure protezionistiche”, intanto Pechino si è mossa però con i suoi produttori chiedendo di ridurre la forte concorrenza sui prezzi e la produzione nel primo semestre è scesa.
Le esenzioni dei dazi
Se da una parte le fila si possono serrare, ben altri dettagli ristano da limare sul fronte che oppone Usa ed Europa. Bruxelles avrebbe preparato – ha scritto Politico – una lista di 27 pagine di settori prioritari da proteggere dall’aumento dei dazi imposti da Washington. Agroalimentare ma anche diamanti, utensili, tubi metallici, componentistica di motori navali, attrezzature industriali, tessuti, scarpe, cappelli, ceramiche e robot industriali. L’obiettivo è farli ricadere in quelle esenzioni che furono decretate in Scozia quando Trump e Ursula von der Leyen definirono un livello generale d’imposizione sull’export europeo al 15%, con alcuni prodotti graziati come i farmaci generici.
Da allora la Casa Bianca ha allentato la presa su un paio di centinaia di prodotti, spaventata dalle fiammate inflattive che finiscono per pagare i consumatori americani e che hanno presentato il loro conto anche alle recenti tornate elettorali. E così Trump ha ammorbidito, ad esempio, la posizione su fertilizzanti e frutta tropicale, sul cacao e il caffè brasiliano. La speranza Ue è di portare a simili esenzioni anche per le sue produzioni: particolarmente caldo il dossier della pasta, su cui pende la minaccia di un aggiuntivo balzello del 92% (da sommare al 15 generalizzato per un insostenibile totale del 107 per cento) a seguito di una indagine per dumping commerciale.