Come cambia la geografia dell’innovazione. Gul: “Tradizione e marchi, l’Italia ce la può fare”
di Alessandro Longo“Sono affezionato all’Italia. Potete farcela, con l’innovazione. Non avete un’economia stagnante, avete una buona reputazione internazionale e punti di forza tutti vostri”. Mehran Gul, economista e analista delle politiche tecnologiche, ha fatto della geografia dell’innovazione il suo campo di ricerca. Ora consulente e docente indipendente, è stato responsabile per l’innovazione al World Economic Forum a Ginevra, dove ha seguito i programmi su digitalizzazione e startup in Asia e Medio Oriente.
Il suo libro The New Geography of Innovation (Simon & Schuster, luglio 2025) gli è valso il Financial Times/McKinsey Bracken Bower Prize, uno dei riconoscimenti internazionali più prestigiosi per i giovani autori di saggi di economia e management. L’opera sostiene che l’innovazione non sia più figlia della Silicon Valley, ma che nuovi hub — dall’Europa del Nord all’Asia orientale — stiano ridefinendo la mappa globale. L’importante, per un Paese e un sistema economico, è capire che l’innovaz…
“Sono affezionato all’Italia. Potete farcela, con l’innovazione. Non avete un’economia stagnante, avete una buona reputazione internazionale e punti di forza tutti vostri”. Mehran Gul, economista e analista delle politiche tecnologiche, ha fatto della geografia dell’innovazione il suo campo di ricerca. Ora consulente e docente indipendente, è stato responsabile per l’innovazione al World Economic Forum a Ginevra, dove ha seguito i programmi su digitalizzazione e startup in Asia e Medio Oriente.
Il suo libro The New Geography of Innovation (Simon & Schuster, luglio 2025) gli è valso il Financial Times/McKinsey Bracken Bower Prize, uno dei riconoscimenti internazionali più prestigiosi per i giovani autori di saggi di economia e management. L’opera sostiene che l’innovazione non sia più figlia della Silicon Valley, ma che nuovi hub — dall’Europa del Nord all’Asia orientale — stiano ridefinendo la mappa globale. L’importante, per un Paese e un sistema economico, è capire che l’innovazione si può presentare con volti diversi a seconda delle geografie. Non dobbiamo pensare che il modello venture della disruption sia l’unico o il migliore possibile.
Quali Paesi adesso rappresentano meglio il concetto di innovazione?
La risposta cambia a seconda di come la misuriamo. Se guardiamo agli investimenti di venture capital, gli Stati Uniti, la Cina e il Regno Unito sono davanti. Ma se consideriamo altri indicatori — numero di brevetti, concentrazione di talenti — allora emergono Paesi come la Svizzera o la Svezia.
Eppure lei stesso nel libro è scettico verso indicatori che premiano troppo l’Europa
Sì, e del resto lo stesso Mario Draghi riconosce che siamo in ritardo. Al tempo stesso, è un panorama molto più variegato di quello di dieci anni fa, quando l’egemonia di Silicon Valley non era in discussione. Oggi, pur restando Usa e Cina al centro, il quadro è completato da attori di nicchia: i Paesi nordici, capaci di generare fenomeni globali come i videogiochi da miliardi di dollari (vedi Clash of Clans), o la Germania, dove startup come Celonis (automazione aziendale) hanno saputo imporsi in campi specialistici.
E l’Italia? Purtroppo il libro non tratta il nostro Paese. Cattivo segnale?
Non ho potuto trattare tutti i Paesi che lo meritano. Ma anche in Italia ci sono esempi virtuosi. In finanza ad esempio Scalapay e Satispay, che hanno raccolto investimenti importanti da colossi internazionali come la cinese Tencent. O Depop (ecommerce), fondata a Milano e acquisita da Etsy. Più di recente, Bending Spoons (che di recente ha comprato la piattaforma video americana Vimeo, raro caso, ndr.) o l’azienda della space economy D-Orbit hanno mostrato di poter crescere su scala internazionale. Ma i limiti dell’Italia sono noti.
Ce li ricordi…
Una burocrazia tra le più complesse d’Europa, alta pressione fiscale, difficoltà a trattenere i migliori talenti. Troppi imprenditori italiani mi dicono che registrare un’azienda è un calvario e quindi vanno fuori. Una delle aziende europee più innovative (anche se è fallita quest’anno), Northvolt (batterie) è stata cofondata da un italiano, Paolo Cerruti, ma in Svezia. Eppure il potenziale resta alto.
Perché?
Avete una grande tradizione ingegneristica, brand industriali globali e una buona reputazione globale. Potete ritagliarvi un ruolo forte in settori dove siete leader, come il food tech, lo spazio, l’automotive e il fintech. In più vedo una generazione di imprenditori storici di grande successo con capitale ancora in Italia, che investe in startup. Come Exor Ventures (famiglia Agnelli, cui fa capo l’editore di Repubblica, ndr.) e H14 (Berlusconi). Ma vi servono due cose: trattenere i giovani più brillanti e allo stesso tempo attirare competenze dall’estero.
E come si fa?
Con norme che facilitino l’avvio di un’impresa e l’arrivo di talenti dall’estero, due leve che stanno dietro i modelli innovativi di molti Paesi di successo. Una terza: potenziare il venture capital incentivando l’uso dei fondi pensione, come avvenuto decenni fa negli Stati Uniti (l’Italia ha cominciato a farlo solo quest’anno, con il decreto Legge 95 del 30 giugno 2025, ndr.). Una ricetta che metta assieme cose proprie del Paese con buone pratiche internazionali.
E come vede il futuro dell’innovazione globale?
Credo in una sua distribuzione più diffusa. Con modelli diversi da quelli Usa e Cina, dove alla base dell’innovazione c’è una sinergia tra spinta militare e capitale di rischio. In Europa sta emergendo un modello più pacifico e scientifico: centri come il Cern in Svizzera o il Max Planck in Germania stanno diventando piattaforme di incubazione per aziende innovative. È un modello etico, che può avere impatto globale.
A un giovane innovatore italiano, invece, che consiglio può dare?
Resisti e abbi fede. L’innovazione può nascere in posti impensati. Nessuno si aspettava che UI Path arrivasse dalla Romania o Skype dall’Estonia. Cinque anni fa nemmeno i francesi pensavano di poter sforzare aziende IA importanti come Mistral. Eppure è accaduto.