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Dalle aule universitarie alla fabbrica, la svolta di Stefania Brancaccio

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Donne Impresa. Dal 1974 lavora in Coelmo, società che dal 1946 produce gruppi elettrogeni industriali e marini. Dopo una laurea in lettere il suo percorso sembrava tracciato, poi il cambio di rotta
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Imprenditrice filosofa, sostenitrice della differenza delle donne e del loro diritto al tempo per gestire la doppia presenza al lavoro e in famiglia: Stefania Brancaccio e il suo senso di fare impresa nell’azienda metalmeccanica di cui è vice presidente. Napoletana del quartiere Vomero, classe 1949, Brancaccio è entrata nel 1974 nella Coelmo, Costruzioni elettromeccaniche Monsurrò, società che dal 1946 produce gruppi elettrogeni industriali e marini da 3 a 4500 kva (chilovolt-ampere), impiegati dai grandi impianti alla nautica da diporto, dalla sicurezza dei data center alla gestione dell’energia in ambienti estremi, con tre stabilimenti in Campania, due ad Acerra, alle porte di Napoli, e uno a Marcianise, in provincia di Caserta, 200 dipendenti e un fatturato di 30 milioni di euro nel 2024. Il fondatore dell’azienda, Mario Monsurrò, era l’ultimo di 16 figli di una famiglia di pastai di Torre Annunziata. L’innovazione che impresse una svolta fu una macchina per l’asciugatura che utili…

Imprenditrice filosofa, sostenitrice della differenza delle donne e del loro diritto al tempo per gestire la doppia presenza al lavoro e in famiglia: Stefania Brancaccio e il suo senso di fare impresa nell’azienda metalmeccanica di cui è vice presidente. Napoletana del quartiere Vomero, classe 1949, Brancaccio è entrata nel 1974 nella Coelmo, Costruzioni elettromeccaniche Monsurrò, società che dal 1946 produce gruppi elettrogeni industriali e marini da 3 a 4500 kva (chilovolt-ampere), impiegati dai grandi impianti alla nautica da diporto, dalla sicurezza dei data center alla gestione dell’energia in ambienti estremi, con tre stabilimenti in Campania, due ad Acerra, alle porte di Napoli, e uno a Marcianise, in provincia di Caserta, 200 dipendenti e un fatturato di 30 milioni di euro nel 2024. Il fondatore dell’azienda, Mario Monsurrò, era l’ultimo di 16 figli di una famiglia di pastai di Torre Annunziata. L’innovazione che impresse una svolta fu una macchina per l’asciugatura che utilizzava non più sole e vento ma energia elettrica.

Seguendo le sue intuizioni imprenditoriali, nel 1948 diventa in Italia il primo produttore ‘indipendente’ di gruppi elettrogeni, per poi lanciare sul mercato uno dei primi gruppi portatili. Inizia così ad espandere la sua attività anche in altri paesi nel Nord Africa e in Medio Oriente. Nel 1964 entrano in azienda i suoi figli, Domenico e Franco, che daranno alla società e alla sua organizzazione l’impronta industriale moderna. L’Esercito italiano e le Nazioni unite scelgono Coelmo come fornitore ufficiale per i sistemi energetici. Il 1974 segna l’ingresso nella società di Stefania Brancaccio, che lavora con il marito Domenico Monsurrò fino a essere insignita nel 2009 dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del titolo di Cavaliere del Lavoro per i prodotti innovativi e per il coraggio di fare impresa nel Sud sostenuto dalla determinazione e l’impegno a investire in tecnologia e innovazione. All’inizio del 2000 entra il loro figlio Marco, che oggi è amministratore delegato, a lui, di recente, si è aggiunto il fratello Jacopo.

Per Stefania Brancaccio l’impresa ha significato deviare da un percorso che pareva tracciato. “Dopo il liceo classico Sannazaro, cambiato in corsa con l’Umberto, mi sono laureata in Lettere e Filosofia alla Federico II. In realtà mi ero iscritta a Giurisprudenza quando la mia amica storica, Enrica, mi chiese di seguire il suo stesso indirizzo e mio padre Pasquale, medico, non mi ostacolò. Avevo cominciato come assistente del professore Cleto Carbonara, il mio sbocco sarebbe dovuto essere l’università, invece conosco Domenico Monsurrò, ingegnere, seconda generazione della famiglia di imprenditori, ci sposiamo ed entro in azienda. Quel mondo scientifico e tecnico mi affascinava più che la filosofia e più che come luogo di produzione l’ho visto come spazio di aggregazione e di crescita sociale per chi partecipava. Ho cominciato così, con l’attenzione al mondo del lavoro e, da femminista ante litteram, in particolare alla donna lavoratrice. Conciliazione, definizione odierna dell’equilibrio tra tempi di vita e di lavoro, e dicotomia specifica della mente di una donna, è un termine giuridico. Io preferisco pensare di ‘coordinare’ quei tempi. Alle pochissime donne che allora lavoravano in fabbrica con me, volevo offrire il bene più prezioso, il tempo, ed evitare che si appiattissero sulla vita maschile. Ho applicato elasticità negli ingressi e nelle uscite, con permessi che non venivano levati dalla busta paga o dal conteggio fiscale, perché non ho mai creduto nella parità ma nella differenza delle donne, con l’unicità poi di essere madri, avere in carico la cura della famiglia e interessi diversi da quelli degli uomini”.

Tre figli, nove nipoti e 52 anni di matrimonio. Da imprenditrice e proprietaria dell’azienda, Stefania Brancaccio il proprio tempo l’ha potuto gestire in libertà. “Ho capito il mio privilegio: stare con i miei figli piccoli quando era necessario e ho sempre pensato che anche le altre mamme dovessero avere le stesse opportunità perché è importante stare vicino ai figli quando serve, e per noi donne è un grande lusso. Per me è stata la gioia di affermare che abbiamo un’azienda dove è bello venire a lavorare e c’è la possibilità di essere valorizzati e di migliorare socialmente. Non è un’economia facile, ma siamo cresciuti bene, un’azienda modello in cui il numero delle donne è aumentato molto, soprattutto tra tecnici e ingegneri, sia in progettazione che nella parte gestionale rispetto al vecchio modo di concepire i cosiddetti ‘mestieri e impieghi’”.

Gli inizi non mancarono d’inciampi. “Un direttore amministrativo propose che con la mia laurea in Lettere potevo mettere in ordine alfabetico le fatture”. Marcella Germano, sua madre, pittrice allieva di Carlo Striccoli, esponente di rilievo della pittura napoletana del Novecento, era americana e quindi la seconda lingua di Stefania era l’inglese. “Misi mano all’editing di depliant della società che servivano anche per l’esportazione dei nostri prodotti in molti paesi stranieri. Oggi abbiamo filiali e succursali in tutto il mondo, nel 2007 è nata l’agenzia di Dubai. Ho dovuto studiare molto, persino ragioneria per la partita doppia, e in cambio ho avuto la fortuna di crescere di pari passo con l’evoluzione dell’azienda in tema di certificazioni e rispetto dell’ambiente”.

Brancaccio esperta di trasporti, con una ulteriore specializzazione è diventata anche responsabile doganale per Coelmo. Da neo imprenditrice ha frequentato i corsi della business school per imparare a fare la dirigente d’azienda. “Allora il manager veniva educato al distacco dalla manodopera, ti dicevano che non dovevi mischiarti agli operai, suggerivano frasi del tipo ‘sei pagato per lavorare e non per pensare’. Si lavorava con tempi massacranti ed era molto più pesante per le donne. Ho contrastato tutto questo e quella vergogna della consegna delle dimissioni in bianco in caso di gravidanza”.

Lo Statuto dei lavoratori nasce nel maggio del 1970. “Ho sempre gestito la vita dell’azienda, mi occupavo di tutta la parte sociale, attenta alle diverse esigenze, allora non esistevano gli hr, c’era il cedolino e poco riguardo per la forza lavoro, la sicurezza e il welfare. Mi ispiravo a Simon Smith Kuznets, economista statunitense nato in una famiglia ebrea a Charkiv, in Ucraina, premio Nobel nel 1971, che cominciò a parlare di management aziendale umanistico. È stato il mio mentore. Lavorare per uno scopo comune, per un’economia che puntasse al profitto senza avvilire le persone. Mi dicevano di cosa parli. Ragionavo: se compriamo un macchinario lo portiamo a patrimonio, e se io preparo il mio personale perché non posso portare anche questo a patrimonio? Mio marito, ottimo ingegnere tecnico, è stato capace di darmi molto spazio pur non condividendo in toto le mie idee; insieme per portare la Coelmo dove è adesso. Abbiamo agito addirittura come bonifica di questa area del Napoletano in cui operiamo, tristemente nota come ‘terra dei fuochi’. Un’etichetta da mettere sui nostri prodotti dovrebbe essere ‘gruppo elettrogeno realizzato con l’intelligenza della manodopera di questo territorio così massacrato per inciviltà e incultura’. Qui in fabbrica sono venute le delegazioni delle facoltà di Economia di due università, una francese e l’altra tedesca. Abbiamo dovuto spiegare loro che non siamo né nel purgatorio né nell’inferno di Dante e che invece intorno a noi c’è un tessuto imprenditoriale di alto livello e centri di eccellenza”.

Sostenibilità e indici Esg, environment, social e governance, per Stefania Brancaccio sono pane quotidiano in quanto valori posti anche alla base della dottrina sociale della Chiesa. L’attenzione al sociale, lei cattolica convinta, l’ha portata ad associarsi all’Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti, di cui è segretaria nazionale, riconosciuta dalla Cei. “Questi primi venti di crescita della cultura aziendale non li ho mai vissuti come obbligo ma seguendo una filosofia al servizio di un’impresa sana del territorio. Quest’anno abbiamo pubblicato il terzo bilancio di sostenibilità e siamo azienda AA+”.

La politica, non il partito. “Mai schierata, ho trovato qualcosa di buono da una parte e dall’altra, ma l’uomo sociale deve fare politica, come cittadino è importante farla, per indirizzo e cultura”. La saggistica più del romanzo, ha dieci libri sul comodino, “sembra assurdo, io li chiamo i miei amici, oggi starò con questo libro, prendo, leggo, sono i miei compagni, pile che crescono e diminuiscono”.

Poi lo sport, “ho fatto tutti i brevetti di nuoto, ho giocato a pallacanestro con il Napoli Basket, nell’allora serie A femminile. Oggi cammino molto e seguo l’igiene fisica”. A parte l’imprenditrice, Stefania Brancaccio cosa avrebbe voluto fare? “Mi sarebbe piaciuto recitare in teatro. Ebbi un’audizione con Eduardo De Filippo negli anni del liceo. Gennarino Palumbo era dello staff, mi vide in ‘Questi fantasmi’, la commedia che ebbe tanto successo a scuola, impersonavo Armida, e più tardi anche Albertazzi riconobbe che forse potevo fare qualcosa. Mi sono divertita molto però mi sono fermata, ho scelto. Il palcoscenico tuttavia mi è servito per la capacità di parlare in pubblico”.

Altro suo mentore è stato Stefano Zamagni che ha fondato la cattedra di Economia civile all’università di Bologna e ha ripreso gli studi di Antonio Genovesi, filosofo e teologo che lo aveva fatto prima di lui nel 1784. Tanti i viaggi. “Ho girato il mondo per lavoro, il modo migliore per conoscere i paesi guardando oltre il momento turistico. Mi colpì il Giappone quasi trenta anni fa e rammentai che Gianni Agnelli in un’intervista aveva detto di essere rimasto impressionato dalla ‘capacità manutentiva’ di quel popolo. Sulle prime non fu chiaro che cosa intendesse dire. Si riferiva alla costanza, ancora oggi è così, con cui i giapponesi conservano il rispetto per il passato senza mai tradirlo, nei vestiti, nella maniera di vivere, nella visione di paese”.

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