GENOVA – In corteo a tagliare in due il ponte San Giorgio, viadotto autostradale nato al posto del Morandi crollato su se stesso sette anni fa. Hanno scelto «il simbolo più drammatico», gli operai dell’ex Ilva di Cornigliano, per dare gambe, fiato, rappresentazione plastica della rabbia che da due giorni li porta in piazza a fermare una città per difendere la propria fabbrica. Una mobilitazione contro i piani di ridimensionamento sul tavolo del governo che continua, anzi si allarga. Riconfermata a oltranza almeno fino al prossimo incontro al ministero sul nodo genovese, venerdì, e ieri seguita a distanza dai presidi dei lavoratori degli altri stabilimenti del gruppo, Novi Ligure e soprattutto Taranto. Dove dal fronte sindacale unito, che ha portato a occupare per ore la statale Appia, si chiede un tavolo unico a Palazzo Chigi «per riaprire il confronto per l’intero gruppo: la vertenza è una e si tiene con tutti i lavoratori, che siano del Nord, del Centro o del Sud».
GENOVA – In corteo a tagliare in due il ponte San Giorgio, viadotto autostradale nato al posto del Morandi crollato su se stesso sette anni fa. Hanno scelto «il simbolo più drammatico», gli operai dell’ex Ilva di Cornigliano, per dare gambe, fiato, rappresentazione plastica della rabbia che da due giorni li porta in piazza a fermare una città per difendere la propria fabbrica. Una mobilitazione contro i piani di ridimensionamento sul tavolo del governo che continua, anzi si allarga. Riconfermata a oltranza almeno fino al prossimo incontro al ministero sul nodo genovese, venerdì, e ieri seguita a distanza dai presidi dei lavoratori degli altri stabilimenti del gruppo, Novi Ligure e soprattutto Taranto. Dove dal fronte sindacale unito, che ha portato a occupare per ore la statale Appia, si chiede un tavolo unico a Palazzo Chigi «per riaprire il confronto per l’intero gruppo: la vertenza è una e si tiene con tutti i lavoratori, che siano del Nord, del Centro o del Sud».
Tornata a bloccare il traffico di Genova, la battaglia sul principale stabilimento del nord si concentra sul cosiddetto “piano corto” proposto dal ministero per Cornigliano, che prevede tra le altre cose la vendita diretta dei semilavorati prodotti a Taranto, di fatto il definitivo depotenziamento delle linee di lavorazione della fabbrica genovese. Ecco perché dopo aver occupato il piazzale e l’uscita autostradale dell’aeroporto, ieri, la prima volta di una manifestazione sindacale sul nuovo ponte sul Polcevera si spiega in termini «di metodo e di merito», si fa capire.
La scelta è logistica, il ponte rinato dalle macerie della tragedia del 2018 è uno degli snodi fondamentali della viabilità cittadina, ma anche «un messaggio». «Genova lotta per l’industria», recita lo striscione che guida gli operai delle fabbriche della città: oltre dell’ex Ilva anche quelli di Fincantieri e Ansaldo. «Questa città non si può permettere di perdere l’acciaio, abbiamo già perso troppo, – è sfogo condiviso a sigle unite. in Fiom come in Fim, Uilm fino a Usb – ci stanno togliendo un lavoro che ha mercato e qualità, non possiamo lasciarlo andare».
I nodi dello stabilimento di Genova
Le notizie arrivate dal governo ancora ieri sera, del resto, hanno solo portato al rilancio della protesta: oggi potrebbe arrivare per domani anche la convocazione di uno sciopero generale dei metalmeccanici. «Vedo solo mancate risposte e motivi di incertezza», fa sintesi Armando Palombo, storico delegato Fiom a Cornigliano. I punti interrogativi ci sono sia sul nodo delle 200mila tonnellate di zincato che permetterebbero di dare ossigeno allo stabilimento almeno fino a marzo, che ad oggi nessuno riesce a garantire. Sia sui 15 milioni necessari per riavviare il lavoro da subito, sospesi per il rischio di contestazioni in Europa sugli aiuti di Stato. Sia sul destino della linea di zincatura, legato alla ripartenza del secondo altoforno di Taranto. Il tutto, a prescindere dall’arrivo di un futuro, tutto eventuale investitore privato capace di puntare su Genova.
Se i dubbi aumentano anche nello stabilimento pugliese, anche sulle ipotesi di scorporare i siti del gruppo («Il governo offende: l’unico tavolo per noi è quello che ritirerà il piano ministeriale», insiste Davide Sperti, della segreteria Uilm), ad aggiornare la situazione è il governatore ligure Marco Bucci, dopo una giornata di videocall sulla linea Genova-Roma, tra il ministero di Adolfo Urso e la struttura commissariale di Acciaierie. «Brutte notizie, ma lavoreremo perché si continui a produrre», la sua promessa al presidio dove gli operai hanno passato anche questa notte tra le tende e i falò accesi sull’asfalto. Al momento restano garantiti i posti di lavoro attuali senza nuova cassa integrazione (585 in attività, 70 in formazione), ma all’orizzonte non si vedono altri coils di acciaio in arrivo da Taranto. Tradotto, non si lavora. E rimane la piazza.