ROMA - Giù le mani dall’oro di Bankitalia. L’altolà all’emendamento alla manovra di Fratelli d’Italia che vuole assegnare le riserve auree «al popolo italiano» arriva da Christine Lagarde. Per iscritto, nel parere che la presidente della Bce invia al Mef. A voce, davanti al Parlamento europeo. Il messaggio è lo stesso: «La detenzione» e «la gestione» dei lingotti - spiega - spettano «alla banca centrale di ciascuno Stato membro». Ecco lo scudo su via Nazionale: «La Banca d’Italia ha la piena autorità». Ma i meloniani tengono il punto e rilanciano: «C’è un sorprendente allarmismo», eppure - replica il deputato Francesco Filini - «l’emendamento ribadisce un principio normale e cioè che le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano».
ROMA - Giù le mani dall’oro di Bankitalia. L’altolà all’emendamento alla manovra di Fratelli d’Italia che vuole assegnare le riserve auree «al popolo italiano» arriva da Christine Lagarde. Per iscritto, nel parere che la presidente della Bce invia al Mef. A voce, davanti al Parlamento europeo. Il messaggio è lo stesso: «La detenzione» e «la gestione» dei lingotti - spiega - spettano «alla banca centrale di ciascuno Stato membro». Ecco lo scudo su via Nazionale: «La Banca d’Italia ha la piena autorità». Ma i meloniani tengono il punto e rilanciano: «C’è un sorprendente allarmismo», eppure - replica il deputato Francesco Filini - «l’emendamento ribadisce un principio normale e cioè che le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano».
Ma è proprio su questo punto che l’Eurotower ha da ridire. E non solo. Le ragioni della contrarietà a una proposta con una finalità «non chiara», quindi da «riconsiderare», sono dettagliate nella lettera al governo italiano. Premessa: molte osservazioni erano state già rese note nel 2019, in occasione di un’analoga proposta di legge. Poi l’analisi scende nel merito, in cinque punti. Primo: il possesso e la gestione dei lingotti fanno riferimento al sistema europeo delle banche centrali, di cui fa parte anche Bankitalia. Secondo: tutte le operazioni che riguardano l’oro hanno bisogno dell’approvazione della Bce «per assicurarne la coerenza con le politiche monetarie e del cambio dell’Unione».
Terzo: il governo non può dare istruzioni a palazzo Koch sull’utilizzo delle riserve. Deve evitare di «influenzare» i vertici di Bankitalia e Bce. Quarto: il trasferimento dell’oro allo Stato «eluderebbe il divieto di finanziamento monetario», che impedisce alla banca centrale di finanziare il settore pubblico. Quinto: nessuna interpretazione di parte, è tutto scritto nel Trattato di funzionamento dell’Unione europea.
Ai cinque “comandamenti”, FdI risponde sempre con Filini. Tocca a lui farsi portavoce della strategia concordata con Palazzo Chigi. Da una parte sottolinea che la proposta «non mette in alcun modo in discussione l’autonomia della Banca d’Italia», né «configura un’improbabile violazione dei trattati europei». Ma il principio viene difeso e l’emendamento resta nel fascicolo dei “segnalati” al Senato, dove la Finanziaria è sotto esame.
La palla passa al Mef. A via XX settembre si lavora a una soluzione in sintonia con la Banca d’Italia. Sul tavolo c’è una riformulazione del testo dei Fratelli. La nuova versione potrebbe stabilire che la detenzione e la gestione delle riserve auree afferiscono a Bankitalia, che esercita queste funzioni in nome del popolo italiano.
Quella dell’oro è solo una delle tante questioni che il governo deve risolvere per sbloccare i lavori in Parlamento. Una soluzione è all’orizzonte: incassato il via libera informale dell’Abi, i tecnici del Dipartimento Finanze del Mef stanno perfezionando l’accordo con le banche per una nuova riduzione delle deducibilità delle perdite fiscali. Altri nodi aspettano altre coperture. Nel frattempo il clima a Palazzo Madama si è fatto incandescente. Il Pd avverte l’esecutivo: via le norme sui Lep (i livelli essenziali delle prestazioni, ndr) o sarà ostruzionismo a oltranza.