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Italia poco attrattiva per giovani: su nove che se ne vanno, solo uno ne arriva. Il rapporto Cnel

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Nel flusso globale dei talenti il nostro Paese ha uno dei saldi peggiori tra quelli avanzati, come mostra uno studio del Cnel. Pesa il ritardo complessivo del sistema sociale, economico e imprenditoriale
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ROMA – Per nove che se ne vanno via, uno solo arriva. È in questa sconfortante proporzione la misura della scarsissima attrattività dell’Italia per i giovani stranieri, e più ampiamente della sua incapacità di competere nella sfida globale più strategica, quella dei talenti. A calcolarla è un rapporto del Cnel, che mette insieme dati noti e meno noti sui saldi migratori degli under 35 nei quindici anni tra il 2011 e il 2024. E che si concentra in particolare sui flussi con i Paesi più avanzati, le dieci mete privilegiate dei nostri giovani emigranti. Il bilancio dice che in questo periodo 486mila under italiani sono espatriati verso i principali Paesi europei o gli Stati Uniti, mentre solo 55mila giovani da quei dieci Paesi sono venuti in Italia. Un rapporto (quello che gli autori chiamano “Indice di simmetria dei flussi migratori”) che è appunto di nove a uno, che peggiora addirittura a 44 a uno con la Svizzera ma è ampiamente negativo con ogni Paese di destinazione, compresa la Spag…

ROMA – Per nove che se ne vanno via, uno solo arriva. È in questa sconfortante proporzione la misura della scarsissima attrattività dell’Italia per i giovani stranieri, e più ampiamente della sua incapacità di competere nella sfida globale più strategica, quella dei talenti. A calcolarla è un rapporto del Cnel, che mette insieme dati noti e meno noti sui saldi migratori degli under 35 nei quindici anni tra il 2011 e il 2024. E che si concentra in particolare sui flussi con i Paesi più avanzati, le dieci mete privilegiate dei nostri giovani emigranti. Il bilancio dice che in questo periodo 486mila under italiani sono espatriati verso i principali Paesi europei o gli Stati Uniti, mentre solo 55mila giovani da quei dieci Paesi sono venuti in Italia. Un rapporto (quello che gli autori chiamano “Indice di simmetria dei flussi migratori”) che è appunto di nove a uno, che peggiora addirittura a 44 a uno con la Svizzera ma è ampiamente negativo con ogni Paese di destinazione, compresa la Spagna (tre a uno).

Pochi giovani, pochi laureati

Che molti giovani italiani se ne vadano, per giunta a un ritmo crescente dopo la parentesi del Covid, era noto. Tra il 2011 e il 2024 l’hanno lasciata 630 mila cittadini sotto i 35 anni, con un saldo negativo (al netto dei rientri) di 441 mila persone, e di 61 mila nel solo 2024. È un fenomeno che peggiora ulteriormente il trend di invecchiamento della popolazione. E che priva un Paese già povero di laureati rispetto alla media Ocse di altra forza lavoro qualificata: tra chi se ne va oltre il 40% ha una laurea, contro la media nazionale del 31%. Lo studio misura in 159,5 miliardi di euro il valore del capitale umano perso in questo modo dal nostro Paese. Ma l’analisi dei saldi con gli altri Paesi sviluppati mostrano come questo esodo “strutturale” sia ancora più sbilanciato, perché non compensato da arrivi equivalenti. Detto altrimenti, l’Italia è inserita solo in parte nelle dinamiche globali delle migrazioni: come altri Paesi avanzati è destinazione di flussi provenienti dal mondo in via di sviluppo (in media poco qualificati), ma solo punto di partenza e non di arrivo dei flussi interni al mondo avanzato.

Ultimi della classe

Questa scarsa attrattività vale per tutto il territorio nazionale, ma con delle differenze interne notevoli. L’indice di simmetria si riduce a 4,7 partenze per ogni straniero arrivato in Toscana e nel Lazio, e sale oltre le 20 partenze per arrivo in Campania, Sicilia e Calabria. Il dato nazionale complessivo è nove a uno e il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso. Alcuni come Germania, Francia, Spagna e Olanda hanno un rapporto tra emigrazione e immigrazione bilanciato, tanti giovani partono e tanti arrivano, altri come Svizzera, Regno Unito e Austria hanno una capacità di attrarre superiore (quindi un indice sotto al valore 1). L’Italia è invece l’unico che “partecipa alla circolazione di giovani in modo totalmente e gravemente asimmetrico: come fornitrice anziché come attrattrice”. Tra i grandi d’Europa siamo quello con la quota più bassa di stranieri in professioni intellettuali, scientifiche e specializzate, circa il 2%, e l’unico in cui negli ultimi anni non è cresciuto. E tra i Paesi dell’Ocse siamo quello che ha la percentuale più bassa di laureati sia tra la popolazione indigena che tra gli immigrati, due fattori strettamente correlati perché riflettono la domanda di lavoratori qualificati delle varie economie.

Dai salari alla qualità della vita

I fattori che spingono tanti giovani italiani ad andarsene, insomma, sono gli stessi che tengono il Paese fuori dai radar dei ragazzi stranieri. Quali fattori? Lo studio del Cnel, curato da Valentina Ferraris e Luca Paolazzi, risponde per lo più attraverso dei sondaggi con giovani emigrati o di ritorno in Italia dopo un periodo all’estero. Emerge un ritardo complessivo di un sistema economico e sociale, che coinvolge sia il settore pubblico che le aziende private: nei salari, nelle opportunità di carriera, nella possibilità di lavorare in imprese alla frontiera tecnologica, nella meritocrazia e nella cultura del lavoro, perfino nella qualità della vita. Intervenire su questi elementi strutturali, e magari aggiungerci qualche programma specifico di attrazione o rientro per i giovani, è l’unica – molto difficile – strada per invertire la tendenza.

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