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Carraro: “Solo le aziende che innovano possono pagare stipendi più alti”

Enrico Carraro, al vertice della multinazionale dei sistemi di trasmissione

 

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L’imprenditore veneto sulla stagnazione dei salari: “Molte imprese sono ancora legate ad un vecchio modello che compete tenendo basso il costo del lavoro. Ma così l’Italia non cresce”
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ROMA – «Anche noi imprenditori viviamo nel Paese e sappiamo bene che i salari vanno aumentati», dice Enrico Carraro, al vertice dell’omonima azienda dei sistemi di trasmissione ed ex presidente degli industriali veneti. «È un problema per i lavoratori ed è un problema per le aziende, perché se le retribuzioni non salgono l’Italia non può crescere, e perché molti giovani decidono di andare a lavorare all’estero. Un cane che si morde la coda».

I numeri però dicono che le aziende italiane non hanno adeguato le paghe all’inflazione, anzi: secondo l’Istat, in termini reali, sono del 9% più basse rispetto al 2021.

«Non è che gli imprenditori vogliano speculare, è che in molti casi, bilanci alla mano, le paghe non possono alzarle. I margini…

ROMA – «Anche noi imprenditori viviamo nel Paese e sappiamo bene che i salari vanno aumentati», dice Enrico Carraro, al vertice dell’omonima azienda dei sistemi di trasmissione ed ex presidente degli industriali veneti. «È un problema per i lavoratori ed è un problema per le aziende, perché se le retribuzioni non salgono l’Italia non può crescere, e perché molti giovani decidono di andare a lavorare all’estero. Un cane che si morde la coda».

I numeri però dicono che le aziende italiane non hanno adeguato le paghe all’inflazione, anzi: secondo l’Istat, in termini reali, sono del 9% più basse rispetto al 2021.

«Non è che gli imprenditori vogliano speculare, è che in molti casi, bilanci alla mano, le paghe non possono alzarle. I margini sono risicati e alla base di tutto c’è un problema di produttività. La maggior parte delle imprese italiane sono ancora legate ad un vecchio modello, che ha tenuto fino agli anni Zero, per cui il Paese poteva essere competitivo grazie al costo del lavoro».

E oggi?

«Guardi Volkswagen che decide di produrre i suoi nuovi modelli in Cina, dove costa il 50% in meno. Oggi bisogna competere su altro: ricerca, prodotti innovativi e a più alto contenuto tecnologico, servizi. È questo che permette di creare valore, e quindi anche lo spazio per alzare le retribuzioni».

La tanto celebrata competitività del made in Italy sui mercati internazionali, l’exploit delle nostre esportazioni, è stata ottenuta tenendo bassi i salari?

«Penso che il made in Italy sia competitivo in primo luogo per i suoi prodotti, non per i bassi salari. Ma è vero che se i salari si alzassero molte aziende rischierebbero di non essere più competitive».

Quello che dice chiama in causa prima di tutto gli imprenditori e le loro strategie. Non hanno visto i limiti del vecchio modello?

«Molti li hanno visti, altrimenti avremmo problemi ancora più seri. Ci sono tante aziende sane che negli ultimi anni, anche grazie agli incentivi di Industria 4.0, hanno investito in nuove tecnologie, nuovi processi e sono aumentate di dimensione. Ma è fondamentale continuare e il momento non è fortunato. Da due anni l’industria non cresce, molte filiere chiave segnano il passo e il costo dell’energia ci penalizza».

Nel suo settore, il metalmeccanico, c’è uno dei pochi contratti che prevede un recupero automatico dell’inflazione. Estenderlo ad altri settori sarebbe uno stimolo anche per le aziende?

«Ogni settore è diverso, non voglio fare il padrone in casa d’altri. Questo meccanismo in alcuni periodi è stato pesante da sostenere per i conti dell’azienda. ma ci ha dato una spinta ad essere più innovativi, a migliorare i prodotti ed essere più produttivi. Mi pare di poter dire che il nuovo contratto dei metalmeccanici, appena chiuso, sia giusto per tutti».

Introdurre anche in Italia un salario minimo aiuterebbe?

«In settori come la ristorazione o il turismo può servire, non nell’industria. La cosa più importante, sia per le imprese che per i lavoratori, è fare in modo che i contratti vengano rinnovati alla scadenza, senza ritardi. Magari prevedendo dei meccanismi che lo favoriscano».

La legge di Bilancio fa qualcosa per questi problemi strutturali?

«Non vedo spinte forti per l’industria. Non abbiamo bisogno del provvedimento spot in Finanziaria ma di un governo che costruisca una politica di sviluppo di lungo respiro. Quello che avrebbe dovuto e potuto fare per esempio è lavorare per ridurre il costo dell’energia, ma al di là di tante chiacchiere al momento non mi pare di vedere nulla».

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