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Scarpetta :“Il potere d’acquisto si recupera con salario minimo e rinnovi contrattuali”

Stefano Scarpetta 

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Intervista al direttore per l’occupazione e gli affari sociali dell’Ocse: “Quest’anno si sono fatti passi in avanti, ma il 50% dei dipendenti dell’industria rimane in attesa dell’adeguamento del contratto nazionale”
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«La conferma dell’Istat che le retribuzioni contrattuali in termini reali sono inferiori dell’8,8% rispetto al gennaio 2021, è un dato molto preoccupante, ma la stagnazione dei salari reali dura da trent’anni in Italia». Stefano Scarpetta, economista con PhD all’Ecole des Hautes Etudes in Science Sociales di Parigi, direttore per l’occupazione e gli affari sociali dell’Ocse, indica le misure che il governo dovrebbe attuare per recuperare il gap.

Quali sono le prime urgenze? «Almeno due. Intanto firmare al più presto i contratti collettivi che sono scaduti da tempo. Quest’anno si sono fatti dei progressi con 16 contratti firmati che hanno interessato 2,1 milioni di lavoratori, ma il 50% dei dipendenti nel comparto industriale è in attesa del rinnovo. È un annoso problema italiano la lentezza nei rinnovi. Finché l’inflazione era bassa i ritardi non si avvertivano, ma negli ultimi anni c’è stata la fiammata inflazionistica post-Covid e il mancato rinnovo ha fatto perdere potere d’acquist…

«La conferma dell’Istat che le retribuzioni contrattuali in termini reali sono inferiori dell’8,8% rispetto al gennaio 2021, è un dato molto preoccupante, ma la stagnazione dei salari reali dura da trent’anni in Italia». Stefano Scarpetta, economista con PhD all’Ecole des Hautes Etudes in Science Sociales di Parigi, direttore per l’occupazione e gli affari sociali dell’Ocse, indica le misure che il governo dovrebbe attuare per recuperare il gap.

Quali sono le prime urgenze? «Almeno due. Intanto firmare al più presto i contratti collettivi che sono scaduti da tempo. Quest’anno si sono fatti dei progressi con 16 contratti firmati che hanno interessato 2,1 milioni di lavoratori, ma il 50% dei dipendenti nel comparto industriale è in attesa del rinnovo. È un annoso problema italiano la lentezza nei rinnovi. Finché l’inflazione era bassa i ritardi non si avvertivano, ma negli ultimi anni c’è stata la fiammata inflazionistica post-Covid e il mancato rinnovo ha fatto perdere potere d’acquisto».

Bisogna avviare una seria discussione parlamentare con l’obiettivo di arrivare a un compromesso in tempi stretti. Se ne deve discutere per aiutare i lavoratori meno qualificati a uscire dalla trappola dell’impiego povero senza scoraggiare la creazione di posti

E la seconda misura? «Avviare una seria discussione parlamentare sul salario minimo con l’obiettivo di arrivare a un compromesso in tempi stretti. Se ne deve discutere per aiutare i lavoratori meno qualificati a uscire dalla trappola del lavoro povero senza scoraggiare la creazione di posti di lavoro. La crisi inflazionistica ha dimostrato l’utilità del salario minimo per proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori più vulnerabili nei 30 (su 38) Paesi Ocse che l’hanno adottato. In Italia è una carenza inspiegabile, tanto più grave perché ci sono minimi salariali in alcuni settori estremamente bassi. Il salario minimo permette di garantire una retribuzione dignitosa. Spesso è indicizzato: in Francia la contabilizzazione dell’inflazione avviene di regola a fine anno ma in momenti di impennata dei prezzi si può anticipare».

La struttura industriale, con la prevalenza di piccole imprese, rende difficile aumentare i salari? «Non esattamente. Gli investimenti-chiave, in tecnologia e digitalizzazione, potrebbero farli anche le aziende piccole e medie su scala diversa. È fondamentale puntare sulla produttività: in assenza di una sua crescita è difficile chiedere agli imprenditori di aumentare i salari perché ciò pregiudicherebbe le loro prospettive economiche».

Eppure il Pil e l’occupazione sono in crescita.

Il Pil cresce grazie agli investimenti del Pnrr, che l’anno prossimo scade. Ma già uno sviluppo dello 0,5% limita le opportunità di migliorare le condizioni di vita

«Il Pil cresce grazie agli investimenti del Pnrr, che l’anno prossimo scade. Ma già uno sviluppo dello 0,5% limita le opportunità di migliorare le condizioni di vita. È urgente promuovere l’investimento privato nelle tecnologie a maggior valore aggiunto come il digitale anche nelle Pmi che fanno fatica a stare al passo dell’innovazione di processo. Altrimenti si rischia che cresca l’occupazione senza aumenti di produttività: i lavori a basso salario non permettono di sostenere la domanda. Molti Paesi hanno fronteggiato un progresso tecnico che lasciava fuori i lavoratori meno qualificati con salari bassi: in Germania il salario minimo, definito da una commissione delle parti sociali, ha posto un argine ai mini-job, e in Spagna, dove la struttura è simile alla nostra, una serie di riforme ha contribuito a innalzare il Pil del 2,6%, due punti più di noi».

E la formazione, nostra debolezza storica? «L’Italia, pur avendo migliorato negli ultimi 10 anni il numero dei laureati al 30% della popolazione, è agli ultimi gradini fra i grandi Paesi. Bisogna anche investire nella formazione degli adulti già nel mercato del lavoro permettendogli di adeguare le competenze e consentire alle imprese il salto qualitativo»

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