La “fase 2”, come viene descritta nelle carte della magistratura, è la conquista della cassaforte d’Italia, le Generali. Gli scalatori, Francesco Milleri, presidente di Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) con poco più del 10% della compagnia di Trieste, e l’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone con il 7%, sperano di aggiungere al loro schieramento il 13% di Generali che è attualmente in pancia a Mediobanca. E poiché Mediobanca ora è sotto il controllo di Mps, di cui Milleri e Caltagirone sono azionisti con il 10% a testa, l’obbiettivo sembra a un passo.
Ma a questo schema perfetto sulla carta ora si inserisce la variabile dell’inchiesta dei pm di Milano che giovedì 27 sono usciti allo scoperto con un decreto di perquisizione che ha investito Milleri, Caltagirone e Luigi Lovaglio, l’ad di Mps, indagati perché non hanno dichiarato alle autorità di vigilanza l’azione di concerto volta a prendere il controllo di Mediobanca e quindi anche di Generali.
L’intervento…
La “fase 2”, come viene descritta nelle carte della magistratura, è la conquista della cassaforte d’Italia, le Generali. Gli scalatori, Francesco Milleri, presidente di Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) con poco più del 10% della compagnia di Trieste, e l’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone con il 7%, sperano di aggiungere al loro schieramento il 13% di Generali che è attualmente in pancia a Mediobanca. E poiché Mediobanca ora è sotto il controllo di Mps, di cui Milleri e Caltagirone sono azionisti con il 10% a testa, l’obbiettivo sembra a un passo.
Ma a questo schema perfetto sulla carta ora si inserisce la variabile dell’inchiesta dei pm di Milano che giovedì 27 sono usciti allo scoperto con un decreto di perquisizione che ha investito Milleri, Caltagirone e Luigi Lovaglio, l’ad di Mps, indagati perché non hanno dichiarato alle autorità di vigilanza l’azione di concerto volta a prendere il controllo di Mediobanca e quindi anche di Generali.
L’intervento della magistratura — seppur solo con decreto di perquisizione e non con un provvedimento di chiusura indagini — ha avuto come primo effetto quello di rallentare il disegno di conquista che stava procedendo seppur con qualche intoppo. Il primo passo, infatti, è stato la nomina del nuovo consiglio di amministrazione di Piazzetta Cuccia che ha visto l’ingresso di Vittorio Grilli alla presidenza e di Alessandro Melzi d’Eril nel ruolo di amministratore delegato. Ma il processo che ha portato a questo risultato è stato di natura spartitoria tra i due principali azionisti di Mps che hanno indicato quattro consiglieri a testa nel nuovo board mentre Mps, che è l’azionista di controllo con l’86% del capitale, ha potuto scegliere solo due nomi. E questo processo potrebbe agli occhi degli inquirenti rappresentare una prova tangibile dell’azione di concerto da parte dei soggetti indagati.
Le manovre della “fase 2”, peraltro, erano già incominciate prima dell’intervento della procura. I nuovi azionisti avevano cominciato ad esercitare pressioni sui vertici del Leone di Trieste per indurre qualcuno di loro alle dimissioni così da prendere il potere senza dover procedere con mosse eclatanti. Ma per il momento le pressioni non hanno raggiunto il loro scopo. Il presidente Andrea Sironi ha smentito qualsiasi volontà di fare un passo indietro, e così l’ad Philippe Donnet e altri consiglieri eletti nell’aprile 2025 con la lista Mediobanca. In quell’occasione, infatti, la lista presentata da Alberto Nagel aveva raccolto il 36% dei voti, di cui solo il 13% provenivano da Mediobanca. Gli investitori istituzionali, cioé i grandi fondi internazionali, erano tutti schierati dalla parte della continuità con un sostanzioso 18%. E poi un altro 5% di voti è arrivato dai piccoli risparmiatori, le facoltose famiglie triestine che conservano in portafoglio azioni Generali da generazioni e che temono l’arrivo dei nuovi azionisti. Dunque, anche ammettendo che il voto di Mediobanca ha cambiato casacca, a causa del passaggio di proprietà di Piazzetta Cuccia, esiste comunque un 23% del capitale che sostiene l’attuale composizione del cda di Trieste.
Dall’altra parte il fronte degli scalatori è composto, come già detto, da un 17% di Milleri e Caltagirone, cui in assemblea si era aggiunto il 4,5% della famiglia Benetton e un 6,7% di Unicredit. La Edizione dei Benetton non ha mai smentito di essere stata strattonata dalla politica, avendo nel proprio portafoglio Aeroporti di Roma il cui business dipende da una concessione dello Stato. Mentre fattori di tattica contingente hanno convinto Andrea Orcel a votare a favore del governo e di Caltagirone nella speranza che a palazzo Chigi si cambiasse idea sul decreto Golden power emesso pochi giorni prima (18 aprile) contro l’Ops di Unicredit su Banco Bpm.
la fotografia degli azionisti del Leone
Ora però si attende con una certa trepidazione l’ultimo cda Generali prima della pausa natalizia, in programma il 19 dicembre, che dovrebbe prendere una decisione definitiva sull’operazione Natixis, quella che ha fatto scattare il clamoroso risiko a gennaio 2025. La partnership a questo punto dovrebbe essere accantonata, dopo che il governo ha fatto sapere di essere contrario al matrimonio italo francese nell’asset management, temendo che sfugga di mano il controllo sugli acquisti e le vendite dei titoli di stato italiani. Ma ciò non dovrebbe comportare le dimissioni di Donnet che ha sponsorizzato in prima persona questa operazione. Ci sono negli archivi Generali casi di operazioni portate avanti fino all’ultimo e poi saltate, senza che gli amministratori delegati ne abbiano dovuto sopportare le conseguenze. D’altronde anche lo stesso Orcel, che ha dovuto ritirare l’ops sul Banco a causa del Golden power governativo, non ha minimamente pensato a un passo indietro. L’importante è che l’azienda continui a essere gestita bene e a macinare buoni profitti, come è il caso sia di Generali sia di Unicredit.
Dunque almeno fino ad aprile 2026 il tandem degli scalatori dovrà accontentarsi di poter contare nel cda Generali solo su tre consiglieri, quelli eletti con la lista Caltagirone lo scorso aprile: Flavio Cattaneo, Fabrizio Palermo e Marina Brogi. Un quarto consigliere, Clemente Rebecchini, espressione di Mediobanca, si è astenuto nell’ultima votazione che riguardava la nomina di Giulio Terzariol a direttore generale. Un’astensione probabilmente motivata dal fatto che a Terzariol, ex numero due di Allianz e stimato anche dalla comunità finanziaria, non sono state assegnate deleghe operative aggiuntive rispetto a quelle che già ha, se non la supervisione su Banca Generali che è una società quotata e a sè stante con un management indipendente.
Ma anche traguardando sino ad aprile, non sarà facile operare dei cambiamenti, dal momento che il cda non è in scadenza. La via maestra è quella di una sfiducia a tutto il cda, ma questa è difficile da giustificare dal momento che l’azienda sta viaggiando a gonfie vele in termini di risultati. E poi, come nel caso di Mediobanca, gli scalatori devono stare attenti a non confermare, con le loro prossime mosse, il disegno del concerto delineato dalla procura milanese. Gli scalatori, sommando le quote di Delfin, Caltagirone e Mediobanca, arrivano a sfiorare il 30% del capitale di Generali, e se la Consob dovesse per caso avallare un’azione di concerto su Mediobanca questa potrebbe trascinarsi fino a Generali, dove il costo di un’Opa sarebbe proibitivo per tutti essendo il valore di Borsa salito oltre i 50 miliardi.